Arianna Di Biagio: perchè sono qui

Mi chiamo Arianna Di Biagio, ho trentasei anni e se mi si chiedesse che professione svolgo, non avrei un attimo di esitazione: “mamma”.

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Buon appetito!

Lo chiamano Novel Food, e l’Unione Europea ne sta favorendo l’introduzione anche nel vecchio continente. Dal primo gennaio 2018 entrerà infatti in vigore la Direttiva sui Novel Food, che autorizza la commercializzazione di alcune tipologie di insetti ad uso alimentare umano.

Eh già, perché a dispetto di un nome accattivante (ricorda il Finger Food oppure lo Slow Food), il Novel Food altro non è che l’ultima trovata anticrisi per venire incontro alle esigenze di chi ha sempre più difficoltà ad arrivare a fine mese. Vi immaginate che meraviglia poter gustare delle cavallette al cognac oppure un bel piatto di lombrichi (veri però eh, non il formato di pasta) al sugo? Altro che ragù.

Sono proprio curiosa di vedere quando e se proporranno piatti a base di insetti anche al ristorante interno a Montecitorio o Strasburgo o Bruxelles. Dovrebbero, se davvero ritengono che introdurre vermi e larve nei piatti degli italiani e degli europei sia una operazione di buon senso, e utile alla popolazione. Dovrebbero dare il buon esempio, quindi attendiamo di leggere i nuovi menù del 2018 dei ristoranti dei palazzi del potere.

Vero è che la popolazione mondiale aumenta, e cibarsi di insetti (cosa che peraltro sono costretti a fare già circa due miliardi di esseri umani), aiuta sicuramente ad assicurarsi a prezzi bassissimi un apporto proteico animale. Anche la meditazione potrebbe aiutare, aggiungo io, visto che chi la pratica (penso ai Monaci Tibetani ) riesce a sopravvivere a lunghissimi digiuni! Inoltre potremmo imparare a andare a dormire all’imbrunire ed alzarci all’alba, così risparmieremmo certamente sull’energia elettrica.

E in questa chiave, il mio pensiero va anche ai terremotati del centro Italia, che stanno affrontando il loro secondo inverno al gelo, con appena il 40% dei moduli abitativi consegnati (e costi di costruzione dei medesimi che hanno superato i 7.000 euro al metro quadro e costi di urbanizzazione che invece sono arrivati ai 5000 euro ), moduli abitativi non coibentanti, con boiler posizionati sul tetto (privo della necessaria pendenza per zone di montagna in cui nevica!), che alle prime gelate si sono rotti schizzando zampilli in ogni dove. Perché probabilmente la loro situazione non è frutto di incapacità, menefreghismo e ruberie, no. Non sono stati abbandonati a loro stessi, come erroneamente potremmo pensare! La verità è che il governo centrale ha voluto offrire loro la grande opportunità di prepararsi al meglio al futuro che ci attende, offrendo loro, gratuitamente, un corso di sopravvivenza senza neppure doversi spostare dai luoghi natii!!  E noi italiano sempre a lamentarci, invece, sempre a pensar male. Dobbiamo guardare le cose in prospettiva. E imparare a brindare al Nuovo Anno, accompagnando grandi sorsate di acqua minerale (qualche lusso dovremo pure concedercelo) ad invitanti grilli tostati e salati.

Grazie e auguri!!!

Buon Natale!

Buon Natale.

Buon Natale ai nostri parlamentari che hanno già abbondantemente cominciato le comparsate televisive in vista delle prossime elezioni (eh già stavolta non ci si può proprio esimere, anche se, date le percentuali che vedono i 5 Stelle ancora troppo in auge, potendo penso proprio che avrebbero evitato). Buon Natale a loro che lavorano alacremente per la ripresa del Paese che c’è, c’è di sicuro, perché non è vero che in Italia va tutto male, non è vero che la povertà aumenta anche tra i non disoccupati, non è vero che la sanità non funziona, e che la pubblica istruzione (lasciando fuori l’indubbia capacità della maggioranza degli insegnanti), fa acqua da tutte le parti. Non è vero. Siamo noi italiani a non saper vedere, a non saper cogliere, a lasciarci influenzare dai dati (come se non bastasse la vita vera e quotidiana) che continuano a dimostrare che invece il nostro è un Paese allo sbando, un Paese che attualmente non garantisce dignità, né futuro agli italiani.

Io non so francamente dove vivano la maggior parte dei nostri parlamentari. Non posso pensare che non vedano la situazione in cui versano tanti, troppi loro concittadini, perché qualche volta dovranno pur fare la spesa, andare al ristorante o in banca, scendere da quell’auto di servizio immergendosi nella realtà del Paese. E quindi se le vedono, evidentemente non se ne curano volontariamente. Mi chiedo (forse troppo ingenuamente) come facciano a non provare vergogna, a guardare in faccia i loro concittadini, ben sapendo che godono di privilegi inimmaginabili per la quasi totalità della popolazione a fronte (fatto ancor più grave) di un mancato rendimento del loro operato, del quale le condizioni in cui versiamo tutti sono prova inconfutabile.

Anziani che fanno la fila negli uffici postali e dopo aver chiesto l’estratto conto domandano con un filo di voce all’impiegata di poter ritirare venti euro. Venti. Famiglie che girano perennemente alla ricerca di offerte speciali in supermercati (ma soprattutto hard discount), per poter mettere qualcosa nei loro carrelli sempre troppo vuoti. E tante, troppe persone, per le quali il Natale ormai è vissuto solo con l’ansia di chi non può affrontare le spese, seppur modeste, che il Natale inevitabilmente imporrebbe. L’Italia è la nazione con il più alto tasso di poveri di tutta Europa. Ma appena pochi giorni prima di Natale dobbiamo sentirci dire che la Commissione Bilancio della Camera ha dichiarato inammissibile l’abolizione di vitalizi ed il taglio delle indennità ai parlamentari. Cioè ha dichiarato inammissibile un emendamento che prevedeva molto semplicemente l’abolizione di una vera e propria vergogna nazionale, che vede persone che hanno “lavorato” anche solo un giorno in parlamento percepire vitalizi (pensione a parte) da duemila euro (i più sfortunati, intendiamoci) al mese a partire dai 65 anni (o anche dai 60 in relazione agli anni di mandato parlamentare svolti).

Buon Natale a noi che questo Paese comunque lo amiamo. Buon Natale a chi continua a stare in prima linea, inevitabilmente. Buon Natale ai milioni di nonni che fanno tanti sacrifici per aiutare figli e nipoti con le loro pensioni. Buon Natale e chi si sente solo e non sa dove sbattere la testa, ma comunque va avanti. Buon Natale a chi, con una laurea in tasca, lavora tutto il giorno per trecento euro al mese (perché può contare su mamma e papà) sperando che sia solo uno scotto iniziale. Buon Natale anche ai colleghi che scrivono pezzi da venti righe per cinque euro (per l’on line anche a meno), Buon Natale anche a coloro che invece decidono di andare via, in nazioni che garantiscano lavoro, futuro e dignità.

Buon Natale ad ognuno di noi. Vi auguro e mi auguro che la misura arrivi ad essere colma, e che gli italiani per una volta si comportino da popolo, superando gli egoismi personali e le visioni da piccolo orticello, mettendo un punto fermo ad una situazione ormai intollerabile, prima di perdere totalmente le forze per poter reagire

La morte di Denisse, quattrodici anni, non è solo questione di malasanità.

Vorrei abbracciare forte la mamma di Denisse, la ragazza di quattordici anni morta per aneurisma cerebrale lo scorso 6 novembre a Roma. Non so neppure come si chiami, ma la  vorrei stringere forte e ringraziarla per aver avuto il coraggio e la forza di donare gli organi della sua bambina, permettendo così ad altri ragazzi di poter vivere quella vita che a sua figlia è stata negata. Per non essersi fatta accecare dalla rabbia, dalla frustrazione e dal dolore, e aver deciso per la vita, anche se purtroppo non quella di sua figlia. E vorrei dirle quanto dolore provi per quello che le è successo, e scusarmi con lei perché è assurdo che abbia dovuto implorare i medici di sottoporre Denisse ad una Tac, come è assurdo che non si sia provveduto a trasferirla immediatamente in una struttura adatta, quando dopo quasi due ore dal ricovero a quella Tac è stata finalmente sottoposta, ed è stato evidenziato l’aneurisma cerebrale che l’ha poi portata alla morte. Assurdo che sia passata quasi un’ora prima dell’arrivo dell’ambulanza, assurdo che non sia stata trasferita in elicottero, assurdo, assurdo, tutto assurdo. Questi infatti sono i primi dati emersi dall’ispezione inviata all’Ospedale Pertini dal Ministero della Sanità.

Denisse è arrivata alle 9.00 del mattino al pronto soccorso, dopo essersi sentita male a scuola, e le è stato assegnato un codice giallo (che corrisponde ad un paziente non in immediato pericolo di vita, ma che necessita urgentemente di un controllo medico). La mamma ha raccontato che i medici le avrebbero detto che si trattava di stress e che sua figlia aveva bisogno di riposare. Ma ha anche raccontato che lei, pur non essendo medico, aveva capito che Denisse aveva qualcosa di grave, muoveva gli occhi in modo strano, ma lo sguardo era assente e non rispondeva alle sollecitazioni esterne.

Perché scusarmi io? Perché mi sento, in quanto cittadina italiana, corresponsabile delle condizioni in cui versa l’Italia. E perché se l’Italia versa in queste condizioni, se la mala politica e le ruberie di parte dei nostri amministratori (senza distinzioni geografiche o di colorazioni politiche di appartenenza) continuano a succedersi da decenni, portando tra le altre cose al tracollo della Sanità pubblica,  è anche colpa nostra, che non abbiamo la forza, la voglia o l’interesse di lottare uniti affinché le cose cambino. Non abbiamo la forza di diventare un popolo, unito, coeso.  E preferiamo magari continuare a votare chi magari ruba, ma ci promette un qualche tornaconto personale. A parte le singole responsabilità dei medici del pronto soccorso (che speriamo vengano accertate con chiarezza), è facile liquidare morti assurde come quella di Denisse parlando di malasanità, o meglio solo di malasanità. I nostri pronto soccorso versano in condizioni da terzo mondo. Le casse della sanità pubblica fanno acqua da tutte le parti, i soldi non ci sono, e le procedure alle quali i medici debbono attenersi per risparmiare sono sempre più stringenti e non tengono conto del fatto, che proprio perché parliamo di sanità, in ballo ci sono vite umane. E con questo non intendo minimamente giustificare o sollevare i medici da eventuali responsabilità, ma credo che lavorando nelle condizioni in cui lavorano i medici dei nostro pronto soccorso sia più facile cadere in errore.E’ evidente che di fronte al più piccolo dubbio un medico degno di essere tale dovrebbe procedere a tutti gli esami necessari, costosi o meno, più di salvare il paziente, anche contravvenendo ai protocolli. Ma è anche vero che non tutti i medici hanno lo stesso carattere, determinazione, esperienza, bravura. E non è accettabile che queste qualità o meglio la mancanza di esse vengano fuori sulla pelle di un essere umano.

Denisse avrebbe potuto essere la figlia di ognuno di noi. Forse dovremmo pensarci quando facciamo finta di non vedere ruberie, ingiustizie, prevaricazioni. O quando pensiamo che il furbetto ladro o ladrone di turno in fondo sia uno da ammirare, da invidiare. Le ruberie, a tutti i livelli, dal più piccolo al più grande, contribuiscono a portare una nazione sul lastrico. E in una nazione sul lastrico è più probabile morire. Di inedia, o in un ospedale dopo ore di agonia. A quattordici anni.

Dignità, coraggio e assunzione di responsabilità: chi le ha viste?

La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali di Russia ha fatto davvero male anche a chi il calcio normalmente non lo segue. E credo abbia fatto così male perché in qualche maniera ha sbattuto in faccia per l’ennesima volta a tutti gli italiani le difficoltà in cui versano ormai da troppi anni e per di più sotto lo sguardo del mondo intero. Fallire, venire “bocciati” proprio in quello che da sempre è stato il nostro sport nazionale e motivo di vanto internazionale, ha umiliato, ferito e tolto per l’ennesima volta speranza e pensieri positivi. Le parole ma ancor di più le lacrime di Gianluigi Buffon a fine gara lo hanno spiegato bene. Lacrime di dignità ed altruismo, dettate dal dispiacere di aver in qualche modo tradito e deluso gli italiani, creato un danno a livello sociale, morale ed economico. Un grande professionista, uno dei più grandi portieri di sempre, e anche un grande uomo. Questo ha dimostrato ancora una volta di essere Buffon alla fine di una delle gare più tristi ed umilianti della sua carriera, che ha coinciso con l’addio alla nazionale prima di quello definitivo al calcio, almeno quello giocato.

Dopo quelle di Buffon ci saremmo aspettati di sentire quelle di Ventura. Ci saremmo aspettati che non si sottraesse ai microfoni ed alle proprie responsabilità. Si vince e si perde tutti insieme, ma di solito l’allenatore è quello che più di altri ci mette la faccia, nel bene e nel male, perché oltre alla tecnica ed alla tattica, un allenatore dovrebbe anche essere maestro di vita, di stile, di correttezza, di coraggio. Anche il coraggio di rassegnare le proprie dimissioni anziché attendere l’esonero, anche la differenza tra dimissioni ed esonero fosse una cifra a sei zeri.

E dopo quelle di Ventura, mai giunte, ci saremmo aspettati anche le dimissioni di Tavecchio, non pervenute neppure quelle. L’unica presa di posizione chiara, è stata quella di Renzo Ulivieri, Presidente dell’Associazione Nazionale Allenatori, che si è molto risentito, anzi diremmo proprio imbufalito con il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, “reo” di aver espresso una opinione più che legittima, di aver detto cioè che se fosse stato al posto di Tavecchio lui avrebbe rassegnato le dimissioni. Oltre ad inalberarsi giudicando inopportune le dichiarazioni di Malagò, Uliveri ha pure aggiunto di non riconoscere più Malagò come suo capo (in quanto Presidente del Coni n.d.r.).

Dignità e coraggio evidentemente sono merce rara, in tutti i campi (anche quelli di pallone o meglio nelle stanze dei bottoni).

Vedremo se e come riusciremo a ripartire. Almeno nel calcio.

Terremotati basta, ora pagate le tasse

04 Novembre 2017

L’autunno è ormai inoltrato e nelle case c’è chi pensa al cambio degli armadi e chi lo ha già completato. E nonostante la bellissima ottobrata romana appena trascorsa che ci ha regalato ore centrali della giornata tiepide se non calde, qualcuno è già ricorso al riscaldamento, magari per poche ore.

A pochi, pochissimi chilometri da Roma e dal suo sole però, ci sono persone che il cambio di stagione non lo possono fare, semplicemente perché non hanno armadi, e neppure riscaldamenti da accendere. Non hanno neppure una casa, nemmeno quei moduli abitativi che erano stati loro promessi subito dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia ormai quasi un anno e mezzo fa.

I dati sono vergognosi: gli ultimi ufficiali risalgono al 20 ottobre scorso e parlano chiaro. Su 3699 soluzioni abitative di emergenza (SAE) ordinate per i 51 comuni colpiti dal sisma , ne sono state consegnate solo 1042, meno del 30% a costi peraltro molto alti se si pensa che ogni modulo è costato quasi settantamila euro più i costi di urbanizzazione, espropri, ecc. Inizialmente era stato detto che sarebbero serviti 7 mesi per consegnare tutti i moduli. Di mesi ne sono passati più del doppio e se l’aritmetica non è un’opinione ci sono ancora 2657 famiglie senza un tetto dove ripararsi dall’inverno. Migliaia di persone che per certi versi sono state dimenticate dalle Istituzioni. Solo per certi versi però, perché quelle stesse Istituzioni, latitanti nell’ottemperare ai loro doveri, con puntiglio e solerzia esercitano invece i propri diritti. Come lo sfratto di Nonna Peppina dalla sua casetta di legno che non rispettava i “vincoli paesaggistici” di un paesaggio che non esiste più. O come la lettera inviata dal Commissario per la Ricostruzione del Centro Italia, Paola De Micheli, ai Sindaci dei paesi colpiti dal sisma, per ricordare che dal 16 dicembre p.v. i terremotati del Centro Italia dovranno ricominciare a pagare le tasse, comprese quelle non versate grazie alle “sospensiva” accordata dal Governo ai cittadini del “cratere.

Peccato che le categorie chiamate a pagare non siano ancora in grado di produrre reddito e quindi di pagare le tasse, proprio per le mancanze dello Stato. Il quale anziché pensare a far ripartire l’economia, sostenere le aziende che ancora non hanno chiuso ma stanno per farlo, e magari tra una cosa è l’altra fornire ai propri cittadini un tetto dove ripararsi per l’inverno, batte cassa e per esser sicuro di riscuotere, fornisce ai malcapitati una lista di Istituti di Credito dove potersi indebitare a condizioni “di favore” per pagare tasse non dovute ad uno Stato evidentemente latitante. Ventimila posti di lavoro persi, duemila aziende chiuse, migliaia di sfollati e tonnellate di macerie. Questo il bilancio post- sisma. Se fossimo un popolo serio di un Paese serio, saremmo già in strada con i forconi. Tutti. E sarebbe rivolta fiscale. Dovremmo però riflettere sul un fatto. E cioè che nessuno di noi è immune dal potersi trovare nella stessa condizione dei nostri concittadini di Amatrice, Accumoli o Norcia. Meditiamo amici, meditiamo.

Noemi, Nicolina. Strage delle innocenti.

Ieri Noemi, oggi Nicolina. Sedici anni la prima, quindici la seconda. Nicolina addirittura uccisa di “sponda”, e cioè per colpire la madre rea di aver  lasciato il “presunto” assassino, che poi, evidentemente troppo tardi, cioè dopo aver sparato in faccia a Nicolina mentre si stava recando a scuola, si è suicidato. Magari lo avesse fatto prima.

Ed è inutile stare qui a parlare della mamma di Nicolina che si era trasferita lontano dalla Puglia per rifarsi una vita o per sfuggire al quel suo ex violento o forse per entrambi i motivi.  Non mi interessa commentare i post da lei pubblicati su facebook o altri social network, non mi interessa sapere dove fosse lei mentre sparavano in faccia a sua figlia (anche perchè credo che poveretta, forse sarà lei stessa a chiederselo per tutta la vita) , e neppure sapere dove fosse il padre e cosa abbia o non abbia fatto per tutelare i propri figli. Nicolina ed il suo fratellino erano stati affidati ai nonni materni dal Tribunale dei Minori, la mamma pare avesse segnalato la pericolosità del suo ex che già in passato avrebbe minacciato Nicolina, ma sta di fatto che Nicolina è morta ammazzata da un uomo con il quale non aveva nulla a che spartire, se non la relazione finita tra lui e la sua mamma. Lei no, non era fuggita lontano, e la sua famiglia, l’epilogo parla chiaro, non l’ha saputa difendere.

Ma il fatto davvero grave è che lo Stato non l’abbia saputa difendere, che per l’ennesima volta non abbia saputo difendere una sua cittadina. Il fatto grave è che ormai seguire i notiziari fa venire la nausea, perche più che notiziari sono bollettini di guerra. Ma in tempi di guerra vige la legge marziale. Si adottano cioè delle misure straordinarie, mentre le leggi ordinarie vengono temporaneamente sospese ed i tribunali militari prendono il controllo della amministrazione della giustizia. Lo dico senza alcun intento provocatorio. I numeri parlano chiaro e sono cifre da guerra. Donne morte ammazzate un giorno si’ e l’altro pure, e adesso come se non bastasse, addirittura ragazzine. Basta sentire giustificazioni, probabili o improbabili, visto che i morti comunque restano, su ritardi, denunce, segnalazioni, mole di lavoro e quantaltro. Quanti altri omicidi dovranno avvenire, quanto altro sangue dovrà essere sparso, quante vite spezzate, quanti occhi che non si apriranno più per osservare le meraviglie del creato e gli orrori commessi dalla mano degli uomini?

Il Parlamento ha il dovere di intervenire immeditamente. Pieni poteri devono essere dati alle forze dell’ordine, e prima ancora ai magistrati. Detto questo chi sbaglierà dovrà pagare, e in prima persona. Ognuno è libero di intraprendere la carriera che vuole. Ma alcune professioni prevedono maggiori responsabilità di altre. E non è possibile che alcune categorie, come ad esempio proprio quella dei magistrati, non paghino mai eventuali errori. Cosa che non mi risulta accada ad esempio per le forze dell’ordine, che a volte pagano pure per errori o colpe non proprie senza avere neppure grande possibilità economica di difendersi, visto gli stipendi che giudicherei da fame rispetto alle responsabilità ed ai rischi corsi quotidianamente.

Le giustificazioni debbono finire qui. Adesso aspettiamo le azioni. Straordinarie. Chi ha il potere faccia, agisca. L’impotenza è una brutta bestia, la peggiore. Quella che provo io come donna, come mamma e come cittadina. Che lo Stato risponda. Domani.

La morte di Noemi una sconfitta per tutti

La strage continua. Una scia di sangue che conta ogni anno oltre cento donne morte ammazzate, quasi sempre dai loro compagni, fidanzati, mariti o amanti. Centoventi solo lo scorso anno. Senza contare che sono oltre sette milioni quelle che, senza arrivare alle estreme conseguenze, sono state vittime di violenza (fisica o psichica o entrambe) nel corso della loro vita.
L’ultimo in ordine di tempo, e forse anche tra i più difficili da metabolizzare, è l’omicidio di Noemi, ammazzata e abbandonata in campagna alla mercé degli animali selvatici, sotto un cumulo di pietre a soli sedici anni. Reo confesso, a meno di ripensamenti, è il fidanzato diciassettenne con il quale da circa un anno intratteneva una relazione burrascosa e violenta. Tanto violenta e burrascosa che la mamma di Noemi aveva denunciato il fidanzato della figlia per percosse e si era rivolta ai Servizi Sociali perché da sola non riusciva a gestire più la situazione, e soprattutto non riusciva a convincere Noemi a troncare quel rapporto malsano, malato. Una situazione incandescente, tanto più che il ragazzo era in cura presso il dipartimento di salute mentale per disturbi della personalità associati ad una forte aggressività. Aggravate o forse causate, chissà, dall’abuso di alcol e di droghe.
Anche i genitori del ragazzo avevano sporto denuncia, stavolta contro Noemi, per atti persecutori. Due famiglie che non hanno saputo o voluto collaborare ed unirsi per salvaguardare i propri figli, e che hanno finito per essere divise dall’odio.
Il Tribunale dei Minori aveva appena passato la gestione del caso di Noemi ai Servizi Sociali, ma troppo tardi, purtroppo. Lei era già scomparsa da casa, per poi essere ritrovata dopo una decina di giorni, ormai priva di vita.
Fin qui la nuda cronaca e qualche cifra di uno dei tanti delitti che vedono come vittime donne giovani e meno giovani, ammazzate dai loro uomini, così tanti che quando sentiamo al telegiornale dell’ennesimo femminicidio (un termine che a dire il vero mi piace poco), pensiamo con un velo di cinismo dettato forse dall’autodifesa, “ah ecco, ne hanno uccisa un’altra”.
Ma nel delitto di Lecce si va ben oltre il quotidiano orrore. Perché qui si parla di due ragazzini, appena adolescenti, fino a ieri bambini. Due ragazzi che avrebbero dovuto pensare a studiare, uscire con gli amici, fare sport, sognare un futuro. La morte di Noemi è una sconfitta per ognuno di noi, per la società tutta. E forse dovremmo chiederci se possiamo esserne in qualche modo responsabili.
Quella di cui facciamo parte, e che contribuiamo attivamente o passivamente ad essere per come è, è una società tendenzialmente violenta e irrispettosa del prossimo e delle regole. Una società nella quale troppo spesso gli arroganti ed i prepotenti hanno la meglio, a discapito di chi invece non sa o non può difendersi e rimane ai margini. Una società nella quale delicatezza, rispetto e buona educazione vengono scambiati per dabbenaggine e debolezza. In questa ottica la donna può essere facilmente essere vista come più fragile, più indifesa, almeno da un punto di vista fisico ed essere quindi presa di mira come un oggetto inanimato da possedere e sul quale sfogare le proprie frustrazioni. E l’abitudine alle piccole e grandi violenze quotidiane può favorire in qualche modo l’aumento esponenziale di delitti efferati ed atroci. Una miscela pericolosa già di per se, ma resa mortale se unita al cattivo funzionamento di molte istituzioni dovute alle lungaggini burocratiche, alla mancanza di fondi, talvolta alla cattiva volontà o all’incapacità dei singoli, e certamente alla grande, eccessiva mole di segnalazioni, richieste e denunce che le istituzioni preposte sono chiamate a gestire. Tribunali e servizi sociali in primis.
Viviamo un nuovo Medio Evo e assistiamo ad una continua strage degli innocenti facendo finta di nulla, ma ci indigniamo di fronte alla lapidazione prevista dalla Sharia per le donne islamiche in caso di infedeltà coniugale. Cosa ci differenzia da loro? Che le nostre donne, i nostri “anelli deboli” del sistema non vengono esclusivamente lapidate ma fatte fuori in tanti e diversi modi , ma sempre atroci?
Come fermare questo processo omicida e suicida al tempo stesso?
Imparando ed insegnando il rispetto per l’altro, da un lato. Ma anche punendo in maniera severa i violenti ed i prevaricatori. Chi uccide o rovina a vita una persona, a maggior ragione una donna o un soggetto comunque debole, non può cavarsela con cinque o dieci anni di carcere. Chi uccide in circostanze simili (non parliamo di casi diversi come ad esempio la difesa, sempre a mio avviso legittima) deve essere condannato all’ergastolo. A vita. Senza sconti, abbuoni, premi, baci accademici. La riabilitazione (per chi desidera riabilitarsi) deve essere interiore e all’interno del carcere. Lavorando però, sia per non pesare sulla collettività ma anche perché il lavoro si sa, nobilita l’uomo. Leggi chiare, pene certe e non “ballerine”, tempi più snelli per la giustizia, sia civile che penale. Dotando al tempo stesso le scuole di ogni ordine e grado, di figure professionali che siano in grado di monitorare il disagio e le difficoltà dei minori ed intervenire, unitamente o disgiuntamente dalle famiglie nei casi più gravi, qualora le famiglie stesse non sappiano o non vogliano agire direttamente.
Ho buoni motivi di credere che in questo modo la mattanza diminuirebbe significativamente. In attesa di quel giorno pieno di sole in cui potremo lasciarci finalmente alle spalle il buio e la pesantezza di questo nostro Medio Evo e svegliarci in un mondo nuovo, rispettoso e civile.

Asili video-sorvegliati per legge. Era ora

Sono passati dieci anni ed una manciata di giorni dal blitz dei RIS nella scuola Olga Rovere di Rignano Flaminio. Dieci anni di dolore, amarezze, battaglie, speranze, delusioni, paura. Un processo che ha portato ad un nulla di fatto, pur avendo accertato tante circostanze. In barba alle perizie, agli esiti fisici, alle ferite dell’anima, alla droga ritrovata  nei capelli di alcuni di loro. Una sentenza che rende quei bambini dei piccoli veggenti,  dalle capacità divinatorie. Hanno descritto minuziosamente luoghi in cui secondo alcuni giudici non sono mai stati, oggetti che non hanno mai visto, violenze che non hanno mai subito. Particolari fisici dei loro aguzzini che non dovrebbero conoscere.  Luoghi ed oggetti e descrizioni poi ritrovati e riscontrati  dagli inquirenti. Dopo il clamore mediatico il silenzio, e quelle piccole vite che hanno provato e stanno provando a costruirsi un futuro, a rimarginare le ferite, a ritrovare la fiducia in chi avrebbe dovuto tutelare, proteggere, accudire.Chissà cosa penseranno davvero di questo mondo che li ha accolti così crudelmente ma che soprattutto non li ha tutelati?

Prima, durante e dopo il clamore ed il silenzio, le conseguenze. Le conseguenze pesanti, crudeli, incessanti, anche a tutt’oggi, dopo dieci anni,  nei confronti di chi invece quei bambini ha cercato di proteggerli, di difenderli, di far valere i loro diritti, con tutti i, pochi, mezzi a disposizione. Tranne un paio. Il cuore ed il coraggio. Senza voler entrare nei dettagli di un sistema che si difende, di un mondo parallelo ma purtroppo più che reale, sagome prive di volto che si muovono nell’ombra, vili e spregevoli, e dall’ombra impartiscono ordini, preparano tranelli, giocando forse come, ma con molta meno crudeltà può fare il gatto con il topo. Oggi più che mai capisco il vero senso di una frase che mi disse una persona nel pieno di quei fatti: “Arianna, negli anni 70 le persone scomode si uccidevano fisicamente, oggi si distruggono economicamente”.

Molti di quei tranelli hanno colpito nel segno. E la vendetta può dirsi consumata. Ma solo parzialmente. Perchè non hanno ucciso quel cuore e quel coraggio. E in barba al detto popolare che recita :” Chi si fa gli affari propri campa cent’anni….” , ci sono persone che sono pronte a campare meno ma nona   voltare lo sguardo di fronte ad una richiesta di aiuto.

Ma soprattutto la vittoria è davvero parziale perchè nonostante tutto molte cose sono cambiate dopo Rignano Flaminio. Dalle tecniche investigative alle modalità di ascolto dei minori. E tanti abusi e maltrattamenti sono stati scoperti. Tanti arresti eseguiti. Tanti processi celebrati. Con la grande pecca delle pene comminate, spesso veramente ridicole, un insulto per le vittime.

E con infinita emozione, venata ma mai offuscata dall’attesa e dalla stanchezza,  apprendo che la proposta di legge che consente l’installazione di telecamere a circuito chiuso negli asili e nelle strutture socio assistenziali per anziani, per contrastare gli abusi sulle persone più indifese è stato approvato dalla Camera dei Deputati con 279 voti a favore, 22 contrari e 69 astenuti, ed ora passa al Senato, ove vedremo se ci saranno franchi tiratori. Sinistra Italiana ha votato contro mentre il M5S si è astenuto. Mi piacerebbe conoscere i motivi. Le immagini delle telecamere a circuito chiuso, criptate, potranno essere visionate solo dal pubblico ministero o dagli agenti di polizia giudiziaria delegati. Ma c’è di più. La proposta di legge prevede anche che gli operatori socio-sanitari, gli infermieri e gli altri soggetti che operano con mansioni di assistenza diretta presso strutture sanitarie e socio-sanitarie,, nonché il personale docente e non docente degli asili nido e delle scuole dell’infanzia siano in possesso di adeguati requisiti di idoneità psico-attitudinale, sia al momento dell’assunzione, e successivamente, con cadenza periodica, anche in relazione al progressivo logoramento psico-fisico derivante dall’espletamento di mansioni che richiedono la prestazione di assistenza continuativa a soggetti in condizioni di vulnerabilità.

Esattamente quello che ho scritto e chiesto a gran voce, da anni. Dal mio blog e non solo.

Una risposta logica, necessaria, urgente, per far fronte, reprimere, ma soprattutto prevenire i troppi casi di abuso e violenza perpetrati negli anni a danno di bimbi, anziani, invalidi. Una risposta che tutela anche gli operatori virtuosi, la maggioranza, e che, nostro avviso, ha solo pro e  nessun contro. Attendiamo l’approvazione che speriamo celere, al Senato, ma soprattutto l’attuazione pratica, concreta, della stessa.

Un grazie sentito, sincero, ai relatori della Legge, Gabriella Giammanco di Forza Italia e Antonio Boccuzzi del Partito Democratico, ed a tutti coloro che si sono adoperati e si stanno adoperando per tutelare questo esercito di invisibili, troppo giovani, troppo vecchi o troppo ammalati per difendersi da soli,  e fino ad oggi dimenticati dalle Istituzioni. Un primo, importante passo, cui speriamo, ne seguiranno molti altri.

L’indifferenza uccide come la violenza

Non è passato nemmeno un mese da quel 19 settembre. Un pomeriggio in cui Maurizio Di Francescantonio ha rischiato di morire, finendo in coma dopo essere stato massacrato di botte da tre individui, mentre si trovava nella Metropolitana di Roma in compagnia della madre, picchiata anche lei mentre tentava di difendere il figlio. La storia è difficile da dimenticare. Il terzetto che schiamazza, infastidisce, e addirittura fuma all’interno del vagone. Di Francescantonio che si permette di dire con modi cortesi che nella metropolitana non si può fumare. Poi la violenza cieca, che definire bestiale sarebbe un’offesa per il mondo animale.

Ci sono due aspetti davvero tristi, inquietanti e disarmanti al tempo stesso, in questa vicenda, e credo in qualche modo collegati tra loro. La prima riguarda noi stessi, cioè ognuna delle persone presenti su quel vagone in quel lunedì pomeriggio che ha assistito senza muovere un dito.  Persone che hanno visto  Maurizio Di Francescantonio dapprima spintonato, poi preso a calci, a pugni. Lo hanno visto cadere a terra,  riempito di botte fino a perdere i sensi, mentre la madre tentava in ogni modo di difenderlo, di parare i colpi, di frapporsi tra il figlio ed i suoi aguzzini.  E l’aggressione non è finita neppure dopo lo svenimento. I tre hanno continuato ad infierire sul corpo inerme, inerte. Facile parlare quando non si è presenti, potrebbe pensare qualcuno. Non è mica facile fare l’eroe, superare la paura.  Vero. Ma è altrettanto vero che se le persone presenti fossero intervenute in massa, probabilmente, anzi sicuramente, sarebbero stati i tre a soccombere. Come è vero che che quello che è accaduto a Maurizio potrebbe accadere ad ognuno di noi.  Anche se Maurizio avesse taciuto. Anche se non si fosse ribellato seppur educatamente alla prepotenza dei tre.  E le recenti aggressioni avvenute a Roma senza motivazione alcuna ne sono la prova.

Maurizio avrebbe potuto essere nostro figlio, genitore, parente o amico. E se così fosse stato credo che ognuno di noi avrebbe voluto, quasi preteso, l’intervento dei presenti.

Come dire, “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te. Fai agli altri ciò che gli altri vuoi facciano a te.”. Il concetto di etica della reciprocità che è diffuso in tante religioni, e che se fosse vissuto e rispettato appieno da ognuno di noi, ci consegnerebbe ,quasi magicamente, un mondo perfetto o quasi.

Il secondo aspetto raccapricciante è sapere che uno degli aggressori, Luigi Riccitiello, è uscito di prigione ed è tornato a casa agli arresti domiciliari in attesa del processo. Così ha deciso infatti il Tribunale del Riesame, secondo il quale Luigi Riccitiello  si sarebbe limitato a dare il primo spintone, infierendo quindi in maniera minore sulla vittima e addirittura  avrebbe provato a fermare l’aggressione, invitando gli amici a fuggire prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Chissà se i magistrati che hanno deciso di premiare Luigi Riccitiello per essere stato meno cattivo degli altri, lo proporranno per una qualche benemerenza? Del resto i tre, poveretti, tornavano da un rave party, e non dormivano da due giorni. Per loro stessa ammissione erano anche imbottiti di alcol e droghe. Come non essere quindi un pò su di giri, un pò nervosetti?

Ma soprattutto come stupirsi dell’indifferenza della gente nel momento in cui le istituzioni che per prime avrebbero il diritto-dovere di tutelare i cittadini, in nome di un garantismo che sconfina troppo spesso nell’impunità, vengono meno ad un loro preciso quanto fondamentale dovere? Perchè dovrebbe una persona qualunque farsi rompere le ossa per difendere un suo simile, per rischiare poi di restare più tempo in ospedale di quanto non resti l’aggressore in cella, ammesso che mai ci arrivi?

Per coscienza forse. Per istinto. Per un pò di sana follia. O anche solo perchè in grado di mettersi nei panni dell’altro come fosse se stesso.

Roma 2024, una occasione mancata con una grave caduta di stile.

Amministrare Roma non è una passeggiata. Non è un segreto per nessuno, e non occorre essere un politico di lungo corso per capirlo. Lo sapeva bene il Movimento 5 Stelle, lo sapeva bene Virginia Raggi. Non sarebbe stato affatto semplice. Ci sarebbe voluto molto coraggio, infinita forza, smisurata determinazione. Nervi saldi, anzi saldissimi. L’esperienza difettava, questo i romani lo sapevano bene, ma avrebbe anche potuto essere un punto di forza, laddove inesperienza avesse voluto dire inversione di marcia netta rispetto ad un certo sistema politico marcio nel quale finanche gli amministratori più limpidi e onesti fanno fatica a non sporcarsi, sia pur di striscio o di rimando.

Abbiamo assistito alle difficoltà (per usare un eufemismo)  che Virginia Raggi ha attraversato e sta attraversando per la formazione delle giunta capitolina, ascoltato i “mea culpa” di  Di Battista (faccia pulita, esposizione chiara e appassionata, fa ben sperare) arrivati dal Movimento relativamente all’affaire Muraro ed ai pasticci dell’ultim’ora, ed atteso, come è giusto che sia. Perchè tre mesi sono pochi, perchè Roma è al centro di interessi economici enormi e tante sono le forze che si agitano quando è in corso o potrebbe essere in corso un vero cambiamento. Perchè criticare in maniera aprioristica non è costruttivo, non è corretto ma soprattutto non serve a tutelare  Roma nostra, questa meravigliosa, bellissima e affascinante Signora che dopo secoli di fasti, vittorie,  potere e dominio, e fiaccata dal tempo che passa, si è trovata avvilita e svilita da una gestione barbara (o nella migliore delle ipotesi incapace di arginare i barbari), della sua enorme, inestimabile ed unica eredità.

Abbiamo atteso dunque. E continuiamo ad attendere. Ad attendere un sindaco che abbia lo spessore, le capacità ed il coraggio di tutelare Roma, di accudirla ed onorarla. Ed impedire a chicchessia di strattonarla, maltrattarla e nuocerle per meri scopi di arricchimento personale.

Nel frattempo la bagarre che si è scatenata sulla questione Olimpiadi, non può non far sorgere molteplici interrogativi.

Da un lato sostenere la candidatura di Roma poteva essere l’occasione regina per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio volontà di cambiamento da parte della Raggi e del M5S. Roma versa in condizioni critiche. E’ diventata una città pericolosa, sporca, non manutenuta. Trasporti pubblici ed infrastrutture carenti. Le Olimpiadi (nel caso ovviamente fosse stata scelta Roma) avrebbero potuto essere una grande occasione per una remise en forme della città, per far ripartire una economia in fortissima sofferenza, attirare turisti e ridare lustro a Roma ed all’Italia.  E per la Raggi e l’M5S l’occasione di poter dimostrare che con una buona amministrazione e fondi utilizzati nel senso del bene comune, con oculatezza, trasparenza ed onestà, il cambiamento è davvero possibile.

Virginia Raggi ha detto che i romani le Olimpiadi non le vogliono, tanto da averla stravotata al ballottaggio ben sapendola contraria alla candidatura di Roma. Ma non è così. Il sindaco infatti in campagna elettorale aveva dichiarato che sulla questione Olimpiadi avrebbe indetto un referendum affinchè i cittadini potessero esprimersi in proposito. Perchè non lo ha fatto, rimangiandosi in qualche maniera la parola? Quali sono i dati economici veri che si è trovata davanti a tre mesi dall’insediamento? Quali i timori, le motivazioni che l’hanno spinta ad un no deciso?

Teniamo conto che un recente sondaggio effettuato dalla Codacons e presentato in Campidoglio vede il gradimento dei romani per l’ipotesi Olimpiadi addirittura all’85%.

Una questione comunque affrontata male, nella sostanza perchè non risponde a quelle garanzie di trasparenza promesse dalla Raggi, ma anche nella forma. Il mancato incontro del sindaco con la delegazione del Coni guidata dal Presidente Giovanni Malagò, a far anticamera per oltre mezz’ora e giustificata dallo staff della Raggi con un precedente impegno istituzionale, salvo poi vedere le foto pubblicate dal Corriere dello Sport che ritraevano il Sindaco in quegli stessi minuti a mangiare al ristorante, beh, lasciatemelo dire, è una grande caduta di stile. Uno scivolone gravissimo se fosse voluto, ancor più grave se dettato da mera leggerezza.

Il rispetto è alla base del viver civile. Ce ne è così poco in giro, che diventa veramente grave quando difetta proprio a chi dovrebbe essere d’esempio.