Arianna Di Biagio: perchè sono qui

Mi chiamo Arianna Di Biagio, ho trentasei anni e se mi si chiedesse che professione svolgo, non avrei un attimo di esitazione: “mamma”.

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Noemi, Nicolina. Strage delle innocenti.

Ieri Noemi, oggi Nicolina. Sedici anni la prima, quindici la seconda. Nicolina addirittura uccisa di “sponda”, e cioè per colpire la madre rea di aver  lasciato il “presunto” assassino, che poi, evidentemente troppo tardi, cioè dopo aver sparato in faccia a Nicolina mentre si stava recando a scuola, si è suicidato. Magari lo avesse fatto prima.

Ed è inutile stare qui a parlare della mamma di Nicolina che si era trasferita lontano dalla Puglia per rifarsi una vita o per sfuggire al quel suo ex violento o forse per entrambi i motivi.  Non mi interessa commentare i post da lei pubblicati su facebook o altri social network, non mi interessa sapere dove fosse lei mentre sparavano in faccia a sua figlia (anche perchè credo che poveretta, forse sarà lei stessa a chiederselo per tutta la vita) , e neppure sapere dove fosse il padre e cosa abbia o non abbia fatto per tutelare i propri figli. Nicolina ed il suo fratellino erano stati affidati ai nonni materni dal Tribunale dei Minori, la mamma pare avesse segnalato la pericolosità del suo ex che già in passato avrebbe minacciato Nicolina, ma sta di fatto che Nicolina è morta ammazzata da un uomo con il quale non aveva nulla a che spartire, se non la relazione finita tra lui e la sua mamma. Lei no, non era fuggita lontano, e la sua famiglia, l’epilogo parla chiaro, non l’ha saputa difendere.

Ma il fatto davvero grave è che lo Stato non l’abbia saputa difendere, che per l’ennesima volta non abbia saputo difendere una sua cittadina. Il fatto grave è che ormai seguire i notiziari fa venire la nausea, perche più che notiziari sono bollettini di guerra. Ma in tempi di guerra vige la legge marziale. Si adottano cioè delle misure straordinarie, mentre le leggi ordinarie vengono temporaneamente sospese ed i tribunali militari prendono il controllo della amministrazione della giustizia. Lo dico senza alcun intento provocatorio. I numeri parlano chiaro e sono cifre da guerra. Donne morte ammazzate un giorno si’ e l’altro pure, e adesso come se non bastasse, addirittura ragazzine. Basta sentire giustificazioni, probabili o improbabili, visto che i morti comunque restano, su ritardi, denunce, segnalazioni, mole di lavoro e quantaltro. Quanti altri omicidi dovranno avvenire, quanto altro sangue dovrà essere sparso, quante vite spezzate, quanti occhi che non si apriranno più per osservare le meraviglie del creato e gli orrori commessi dalla mano degli uomini?

Il Parlamento ha il dovere di intervenire immeditamente. Pieni poteri devono essere dati alle forze dell’ordine, e prima ancora ai magistrati. Detto questo chi sbaglierà dovrà pagare, e in prima persona. Ognuno è libero di intraprendere la carriera che vuole. Ma alcune professioni prevedono maggiori responsabilità di altre. E non è possibile che alcune categorie, come ad esempio proprio quella dei magistrati, non paghino mai eventuali errori. Cosa che non mi risulta accada ad esempio per le forze dell’ordine, che a volte pagano pure per errori o colpe non proprie senza avere neppure grande possibilità economica di difendersi, visto gli stipendi che giudicherei da fame rispetto alle responsabilità ed ai rischi corsi quotidianamente.

Le giustificazioni debbono finire qui. Adesso aspettiamo le azioni. Straordinarie. Chi ha il potere faccia, agisca. L’impotenza è una brutta bestia, la peggiore. Quella che provo io come donna, come mamma e come cittadina. Che lo Stato risponda. Domani.

La morte di Noemi una sconfitta per tutti

La strage continua. Una scia di sangue che conta ogni anno oltre cento donne morte ammazzate, quasi sempre dai loro compagni, fidanzati, mariti o amanti. Centoventi solo lo scorso anno. Senza contare che sono oltre sette milioni quelle che, senza arrivare alle estreme conseguenze, sono state vittime di violenza (fisica o psichica o entrambe) nel corso della loro vita.
L’ultimo in ordine di tempo, e forse anche tra i più difficili da metabolizzare, è l’omicidio di Noemi, ammazzata e abbandonata in campagna alla mercé degli animali selvatici, sotto un cumulo di pietre a soli sedici anni. Reo confesso, a meno di ripensamenti, è il fidanzato diciassettenne con il quale da circa un anno intratteneva una relazione burrascosa e violenta. Tanto violenta e burrascosa che la mamma di Noemi aveva denunciato il fidanzato della figlia per percosse e si era rivolta ai Servizi Sociali perché da sola non riusciva a gestire più la situazione, e soprattutto non riusciva a convincere Noemi a troncare quel rapporto malsano, malato. Una situazione incandescente, tanto più che il ragazzo era in cura presso il dipartimento di salute mentale per disturbi della personalità associati ad una forte aggressività. Aggravate o forse causate, chissà, dall’abuso di alcol e di droghe.
Anche i genitori del ragazzo avevano sporto denuncia, stavolta contro Noemi, per atti persecutori. Due famiglie che non hanno saputo o voluto collaborare ed unirsi per salvaguardare i propri figli, e che hanno finito per essere divise dall’odio.
Il Tribunale dei Minori aveva appena passato la gestione del caso di Noemi ai Servizi Sociali, ma troppo tardi, purtroppo. Lei era già scomparsa da casa, per poi essere ritrovata dopo una decina di giorni, ormai priva di vita.
Fin qui la nuda cronaca e qualche cifra di uno dei tanti delitti che vedono come vittime donne giovani e meno giovani, ammazzate dai loro uomini, così tanti che quando sentiamo al telegiornale dell’ennesimo femminicidio (un termine che a dire il vero mi piace poco), pensiamo con un velo di cinismo dettato forse dall’autodifesa, “ah ecco, ne hanno uccisa un’altra”.
Ma nel delitto di Lecce si va ben oltre il quotidiano orrore. Perché qui si parla di due ragazzini, appena adolescenti, fino a ieri bambini. Due ragazzi che avrebbero dovuto pensare a studiare, uscire con gli amici, fare sport, sognare un futuro. La morte di Noemi è una sconfitta per ognuno di noi, per la società tutta. E forse dovremmo chiederci se possiamo esserne in qualche modo responsabili.
Quella di cui facciamo parte, e che contribuiamo attivamente o passivamente ad essere per come è, è una società tendenzialmente violenta e irrispettosa del prossimo e delle regole. Una società nella quale troppo spesso gli arroganti ed i prepotenti hanno la meglio, a discapito di chi invece non sa o non può difendersi e rimane ai margini. Una società nella quale delicatezza, rispetto e buona educazione vengono scambiati per dabbenaggine e debolezza. In questa ottica la donna può essere facilmente essere vista come più fragile, più indifesa, almeno da un punto di vista fisico ed essere quindi presa di mira come un oggetto inanimato da possedere e sul quale sfogare le proprie frustrazioni. E l’abitudine alle piccole e grandi violenze quotidiane può favorire in qualche modo l’aumento esponenziale di delitti efferati ed atroci. Una miscela pericolosa già di per se, ma resa mortale se unita al cattivo funzionamento di molte istituzioni dovute alle lungaggini burocratiche, alla mancanza di fondi, talvolta alla cattiva volontà o all’incapacità dei singoli, e certamente alla grande, eccessiva mole di segnalazioni, richieste e denunce che le istituzioni preposte sono chiamate a gestire. Tribunali e servizi sociali in primis.
Viviamo un nuovo Medio Evo e assistiamo ad una continua strage degli innocenti facendo finta di nulla, ma ci indigniamo di fronte alla lapidazione prevista dalla Sharia per le donne islamiche in caso di infedeltà coniugale. Cosa ci differenzia da loro? Che le nostre donne, i nostri “anelli deboli” del sistema non vengono esclusivamente lapidate ma fatte fuori in tanti e diversi modi , ma sempre atroci?
Come fermare questo processo omicida e suicida al tempo stesso?
Imparando ed insegnando il rispetto per l’altro, da un lato. Ma anche punendo in maniera severa i violenti ed i prevaricatori. Chi uccide o rovina a vita una persona, a maggior ragione una donna o un soggetto comunque debole, non può cavarsela con cinque o dieci anni di carcere. Chi uccide in circostanze simili (non parliamo di casi diversi come ad esempio la difesa, sempre a mio avviso legittima) deve essere condannato all’ergastolo. A vita. Senza sconti, abbuoni, premi, baci accademici. La riabilitazione (per chi desidera riabilitarsi) deve essere interiore e all’interno del carcere. Lavorando però, sia per non pesare sulla collettività ma anche perché il lavoro si sa, nobilita l’uomo. Leggi chiare, pene certe e non “ballerine”, tempi più snelli per la giustizia, sia civile che penale. Dotando al tempo stesso le scuole di ogni ordine e grado, di figure professionali che siano in grado di monitorare il disagio e le difficoltà dei minori ed intervenire, unitamente o disgiuntamente dalle famiglie nei casi più gravi, qualora le famiglie stesse non sappiano o non vogliano agire direttamente.
Ho buoni motivi di credere che in questo modo la mattanza diminuirebbe significativamente. In attesa di quel giorno pieno di sole in cui potremo lasciarci finalmente alle spalle il buio e la pesantezza di questo nostro Medio Evo e svegliarci in un mondo nuovo, rispettoso e civile.

Asili video-sorvegliati per legge. Era ora

Sono passati dieci anni ed una manciata di giorni dal blitz dei RIS nella scuola Olga Rovere di Rignano Flaminio. Dieci anni di dolore, amarezze, battaglie, speranze, delusioni, paura. Un processo che ha portato ad un nulla di fatto, pur avendo accertato tante circostanze. In barba alle perizie, agli esiti fisici, alle ferite dell’anima, alla droga ritrovata  nei capelli di alcuni di loro. Una sentenza che rende quei bambini dei piccoli veggenti,  dalle capacità divinatorie. Hanno descritto minuziosamente luoghi in cui secondo alcuni giudici non sono mai stati, oggetti che non hanno mai visto, violenze che non hanno mai subito. Particolari fisici dei loro aguzzini che non dovrebbero conoscere.  Luoghi ed oggetti e descrizioni poi ritrovati e riscontrati  dagli inquirenti. Dopo il clamore mediatico il silenzio, e quelle piccole vite che hanno provato e stanno provando a costruirsi un futuro, a rimarginare le ferite, a ritrovare la fiducia in chi avrebbe dovuto tutelare, proteggere, accudire.Chissà cosa penseranno davvero di questo mondo che li ha accolti così crudelmente ma che soprattutto non li ha tutelati?

Prima, durante e dopo il clamore ed il silenzio, le conseguenze. Le conseguenze pesanti, crudeli, incessanti, anche a tutt’oggi, dopo dieci anni,  nei confronti di chi invece quei bambini ha cercato di proteggerli, di difenderli, di far valere i loro diritti, con tutti i, pochi, mezzi a disposizione. Tranne un paio. Il cuore ed il coraggio. Senza voler entrare nei dettagli di un sistema che si difende, di un mondo parallelo ma purtroppo più che reale, sagome prive di volto che si muovono nell’ombra, vili e spregevoli, e dall’ombra impartiscono ordini, preparano tranelli, giocando forse come, ma con molta meno crudeltà può fare il gatto con il topo. Oggi più che mai capisco il vero senso di una frase che mi disse una persona nel pieno di quei fatti: “Arianna, negli anni 70 le persone scomode si uccidevano fisicamente, oggi si distruggono economicamente”.

Molti di quei tranelli hanno colpito nel segno. E la vendetta può dirsi consumata. Ma solo parzialmente. Perchè non hanno ucciso quel cuore e quel coraggio. E in barba al detto popolare che recita :” Chi si fa gli affari propri campa cent’anni….” , ci sono persone che sono pronte a campare meno ma nona   voltare lo sguardo di fronte ad una richiesta di aiuto.

Ma soprattutto la vittoria è davvero parziale perchè nonostante tutto molte cose sono cambiate dopo Rignano Flaminio. Dalle tecniche investigative alle modalità di ascolto dei minori. E tanti abusi e maltrattamenti sono stati scoperti. Tanti arresti eseguiti. Tanti processi celebrati. Con la grande pecca delle pene comminate, spesso veramente ridicole, un insulto per le vittime.

E con infinita emozione, venata ma mai offuscata dall’attesa e dalla stanchezza,  apprendo che la proposta di legge che consente l’installazione di telecamere a circuito chiuso negli asili e nelle strutture socio assistenziali per anziani, per contrastare gli abusi sulle persone più indifese è stato approvato dalla Camera dei Deputati con 279 voti a favore, 22 contrari e 69 astenuti, ed ora passa al Senato, ove vedremo se ci saranno franchi tiratori. Sinistra Italiana ha votato contro mentre il M5S si è astenuto. Mi piacerebbe conoscere i motivi. Le immagini delle telecamere a circuito chiuso, criptate, potranno essere visionate solo dal pubblico ministero o dagli agenti di polizia giudiziaria delegati. Ma c’è di più. La proposta di legge prevede anche che gli operatori socio-sanitari, gli infermieri e gli altri soggetti che operano con mansioni di assistenza diretta presso strutture sanitarie e socio-sanitarie,, nonché il personale docente e non docente degli asili nido e delle scuole dell’infanzia siano in possesso di adeguati requisiti di idoneità psico-attitudinale, sia al momento dell’assunzione, e successivamente, con cadenza periodica, anche in relazione al progressivo logoramento psico-fisico derivante dall’espletamento di mansioni che richiedono la prestazione di assistenza continuativa a soggetti in condizioni di vulnerabilità.

Esattamente quello che ho scritto e chiesto a gran voce, da anni. Dal mio blog e non solo.

Una risposta logica, necessaria, urgente, per far fronte, reprimere, ma soprattutto prevenire i troppi casi di abuso e violenza perpetrati negli anni a danno di bimbi, anziani, invalidi. Una risposta che tutela anche gli operatori virtuosi, la maggioranza, e che, nostro avviso, ha solo pro e  nessun contro. Attendiamo l’approvazione che speriamo celere, al Senato, ma soprattutto l’attuazione pratica, concreta, della stessa.

Un grazie sentito, sincero, ai relatori della Legge, Gabriella Giammanco di Forza Italia e Antonio Boccuzzi del Partito Democratico, ed a tutti coloro che si sono adoperati e si stanno adoperando per tutelare questo esercito di invisibili, troppo giovani, troppo vecchi o troppo ammalati per difendersi da soli,  e fino ad oggi dimenticati dalle Istituzioni. Un primo, importante passo, cui speriamo, ne seguiranno molti altri.

L’indifferenza uccide come la violenza

Non è passato nemmeno un mese da quel 19 settembre. Un pomeriggio in cui Maurizio Di Francescantonio ha rischiato di morire, finendo in coma dopo essere stato massacrato di botte da tre individui, mentre si trovava nella Metropolitana di Roma in compagnia della madre, picchiata anche lei mentre tentava di difendere il figlio. La storia è difficile da dimenticare. Il terzetto che schiamazza, infastidisce, e addirittura fuma all’interno del vagone. Di Francescantonio che si permette di dire con modi cortesi che nella metropolitana non si può fumare. Poi la violenza cieca, che definire bestiale sarebbe un’offesa per il mondo animale.

Ci sono due aspetti davvero tristi, inquietanti e disarmanti al tempo stesso, in questa vicenda, e credo in qualche modo collegati tra loro. La prima riguarda noi stessi, cioè ognuna delle persone presenti su quel vagone in quel lunedì pomeriggio che ha assistito senza muovere un dito.  Persone che hanno visto  Maurizio Di Francescantonio dapprima spintonato, poi preso a calci, a pugni. Lo hanno visto cadere a terra,  riempito di botte fino a perdere i sensi, mentre la madre tentava in ogni modo di difenderlo, di parare i colpi, di frapporsi tra il figlio ed i suoi aguzzini.  E l’aggressione non è finita neppure dopo lo svenimento. I tre hanno continuato ad infierire sul corpo inerme, inerte. Facile parlare quando non si è presenti, potrebbe pensare qualcuno. Non è mica facile fare l’eroe, superare la paura.  Vero. Ma è altrettanto vero che se le persone presenti fossero intervenute in massa, probabilmente, anzi sicuramente, sarebbero stati i tre a soccombere. Come è vero che che quello che è accaduto a Maurizio potrebbe accadere ad ognuno di noi.  Anche se Maurizio avesse taciuto. Anche se non si fosse ribellato seppur educatamente alla prepotenza dei tre.  E le recenti aggressioni avvenute a Roma senza motivazione alcuna ne sono la prova.

Maurizio avrebbe potuto essere nostro figlio, genitore, parente o amico. E se così fosse stato credo che ognuno di noi avrebbe voluto, quasi preteso, l’intervento dei presenti.

Come dire, “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te. Fai agli altri ciò che gli altri vuoi facciano a te.”. Il concetto di etica della reciprocità che è diffuso in tante religioni, e che se fosse vissuto e rispettato appieno da ognuno di noi, ci consegnerebbe ,quasi magicamente, un mondo perfetto o quasi.

Il secondo aspetto raccapricciante è sapere che uno degli aggressori, Luigi Riccitiello, è uscito di prigione ed è tornato a casa agli arresti domiciliari in attesa del processo. Così ha deciso infatti il Tribunale del Riesame, secondo il quale Luigi Riccitiello  si sarebbe limitato a dare il primo spintone, infierendo quindi in maniera minore sulla vittima e addirittura  avrebbe provato a fermare l’aggressione, invitando gli amici a fuggire prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Chissà se i magistrati che hanno deciso di premiare Luigi Riccitiello per essere stato meno cattivo degli altri, lo proporranno per una qualche benemerenza? Del resto i tre, poveretti, tornavano da un rave party, e non dormivano da due giorni. Per loro stessa ammissione erano anche imbottiti di alcol e droghe. Come non essere quindi un pò su di giri, un pò nervosetti?

Ma soprattutto come stupirsi dell’indifferenza della gente nel momento in cui le istituzioni che per prime avrebbero il diritto-dovere di tutelare i cittadini, in nome di un garantismo che sconfina troppo spesso nell’impunità, vengono meno ad un loro preciso quanto fondamentale dovere? Perchè dovrebbe una persona qualunque farsi rompere le ossa per difendere un suo simile, per rischiare poi di restare più tempo in ospedale di quanto non resti l’aggressore in cella, ammesso che mai ci arrivi?

Per coscienza forse. Per istinto. Per un pò di sana follia. O anche solo perchè in grado di mettersi nei panni dell’altro come fosse se stesso.

Roma 2024, una occasione mancata con una grave caduta di stile.

Amministrare Roma non è una passeggiata. Non è un segreto per nessuno, e non occorre essere un politico di lungo corso per capirlo. Lo sapeva bene il Movimento 5 Stelle, lo sapeva bene Virginia Raggi. Non sarebbe stato affatto semplice. Ci sarebbe voluto molto coraggio, infinita forza, smisurata determinazione. Nervi saldi, anzi saldissimi. L’esperienza difettava, questo i romani lo sapevano bene, ma avrebbe anche potuto essere un punto di forza, laddove inesperienza avesse voluto dire inversione di marcia netta rispetto ad un certo sistema politico marcio nel quale finanche gli amministratori più limpidi e onesti fanno fatica a non sporcarsi, sia pur di striscio o di rimando.

Abbiamo assistito alle difficoltà (per usare un eufemismo)  che Virginia Raggi ha attraversato e sta attraversando per la formazione delle giunta capitolina, ascoltato i “mea culpa” di  Di Battista (faccia pulita, esposizione chiara e appassionata, fa ben sperare) arrivati dal Movimento relativamente all’affaire Muraro ed ai pasticci dell’ultim’ora, ed atteso, come è giusto che sia. Perchè tre mesi sono pochi, perchè Roma è al centro di interessi economici enormi e tante sono le forze che si agitano quando è in corso o potrebbe essere in corso un vero cambiamento. Perchè criticare in maniera aprioristica non è costruttivo, non è corretto ma soprattutto non serve a tutelare  Roma nostra, questa meravigliosa, bellissima e affascinante Signora che dopo secoli di fasti, vittorie,  potere e dominio, e fiaccata dal tempo che passa, si è trovata avvilita e svilita da una gestione barbara (o nella migliore delle ipotesi incapace di arginare i barbari), della sua enorme, inestimabile ed unica eredità.

Abbiamo atteso dunque. E continuiamo ad attendere. Ad attendere un sindaco che abbia lo spessore, le capacità ed il coraggio di tutelare Roma, di accudirla ed onorarla. Ed impedire a chicchessia di strattonarla, maltrattarla e nuocerle per meri scopi di arricchimento personale.

Nel frattempo la bagarre che si è scatenata sulla questione Olimpiadi, non può non far sorgere molteplici interrogativi.

Da un lato sostenere la candidatura di Roma poteva essere l’occasione regina per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio volontà di cambiamento da parte della Raggi e del M5S. Roma versa in condizioni critiche. E’ diventata una città pericolosa, sporca, non manutenuta. Trasporti pubblici ed infrastrutture carenti. Le Olimpiadi (nel caso ovviamente fosse stata scelta Roma) avrebbero potuto essere una grande occasione per una remise en forme della città, per far ripartire una economia in fortissima sofferenza, attirare turisti e ridare lustro a Roma ed all’Italia.  E per la Raggi e l’M5S l’occasione di poter dimostrare che con una buona amministrazione e fondi utilizzati nel senso del bene comune, con oculatezza, trasparenza ed onestà, il cambiamento è davvero possibile.

Virginia Raggi ha detto che i romani le Olimpiadi non le vogliono, tanto da averla stravotata al ballottaggio ben sapendola contraria alla candidatura di Roma. Ma non è così. Il sindaco infatti in campagna elettorale aveva dichiarato che sulla questione Olimpiadi avrebbe indetto un referendum affinchè i cittadini potessero esprimersi in proposito. Perchè non lo ha fatto, rimangiandosi in qualche maniera la parola? Quali sono i dati economici veri che si è trovata davanti a tre mesi dall’insediamento? Quali i timori, le motivazioni che l’hanno spinta ad un no deciso?

Teniamo conto che un recente sondaggio effettuato dalla Codacons e presentato in Campidoglio vede il gradimento dei romani per l’ipotesi Olimpiadi addirittura all’85%.

Una questione comunque affrontata male, nella sostanza perchè non risponde a quelle garanzie di trasparenza promesse dalla Raggi, ma anche nella forma. Il mancato incontro del sindaco con la delegazione del Coni guidata dal Presidente Giovanni Malagò, a far anticamera per oltre mezz’ora e giustificata dallo staff della Raggi con un precedente impegno istituzionale, salvo poi vedere le foto pubblicate dal Corriere dello Sport che ritraevano il Sindaco in quegli stessi minuti a mangiare al ristorante, beh, lasciatemelo dire, è una grande caduta di stile. Uno scivolone gravissimo se fosse voluto, ancor più grave se dettato da mera leggerezza.

Il rispetto è alla base del viver civile. Ce ne è così poco in giro, che diventa veramente grave quando difetta proprio a chi dovrebbe essere d’esempio.

Scuola: anno nuovo, soliti vecchi problemi

Un nuovo anno scolastico è appena iniziato. Oltre otto milioni di studenti, dai bimbetti della materna ai ragazzi delle superiori,  hanno varcato o stanno per varcare l’ingresso dei loro istituti. Emozionati all’inizio di un nuovo ciclo di studi, oppure ostentatamente serafici, emotivi o scanzonati, alti, bassi, cuccioli o adolescenti.

L’emozione di ritrovare i vecchi compagni o conoscere i nuovi, e poi gli insegnanti, amati alla follia, o mal sopportati, a volte temuti.

Nuovi argomenti da studiare, interrogazioni, compiti in classe per i più grandi, e poi feste di compleanno, gite scolastiche, recite natalizie e di fine anno. Tante esperienze, tante emozioni, moltissime delle quali fortunatamente positive.

Ma c’è una emozione legata alla scuola che credo superi di gran lunga tutte le altre. Una emozione che si avverte più avanti negli anni, e che difficilmente gli studenti colgono proprio a causa della giovane età. Quando ci si rende conto sino in fondo del valore dell’istruzione, imprescindibile strumento di libertà, di democrazia e di realizzazione personale. Imparare ad esprimersi, ad analizzare, a pensare. Con la propria testa. E’ fondamentale, oggi come noi mai, per sopravvivere, vivere e possibilmente lasciarsi alle spalle quello che per tanti aspetti appare come un nuovo medioevo.

Abbiamo parlato spesso della condizione in cui versa l’Istruzione in Italia. E del fatto che “la buona scuola” che in molti casi per nostra fortuna è eccellente, si regga sulle spalle, sulla dedizione, la professionalità e la passione della maggioranza di chi nella scuola lavora, docenti e non. Persone che non dovremmo mai finire di ringraziare ed ammirare.

Ma c’è un aspetto che francamente, e proprio in virtù di quanto prima detto, dovrebbe destare preoccupazione, rabbia e sdegno. E cioè il fatto che la scuola pubblica contrariamente a quanto dovrebbe, ed in barba all’articolo 34 della nostra Costituzione (che se non sbaglio dovrebbe essere tuttora in vigore, Renzi permettendo…) non sia affatto gratuita, come avviene invece in tanti Paesi di quell’Unione Europea di cui dovremmo far parte.

Finita la scuola primaria, infatti, dove a parte i costi della refezione scolastica, delle assicurazioni e del materiale vario (zaino, astuccio, quaderni etc) tutto sommato ce la si cava ancora dignitosamente,   iniziano gli esborsi per la scuola media (o inferiore di prima grado che dir si voglia). Libri, dizionari, assicurazioni varie, gite scolastiche e quant’altro per un costo medio di circa sei settecento euro annui. Alle superiori poi il costo annuo per ogni studente può superare anche i duemila euro. Duemila euro per ogni figlio (e ancora c’è chi si interroga sul perchè del calo demografico).

Come? E’ presto detto: il costo dei libri varia dai trecento ai quattrocento euro, senza contare i dizionari per i quali a seconda del tipo di scuola si possono spendere tranquillamente altri trecento euro. Poi ci sono i “contributi volontari” ma a cifra fissa che le scuole sono costrette a chiedere a causa dei fondi scarni se non inesistenti, che partono da cento sino ad arrivare a quasi quattrocento euro . Poi zaini, astucci, quaderni e materiale vario. Senza contare il costo del trasporto pubblico. Perchè se quasi sempre le scuole medie si frequentano in prossimità della abitazione, per le scuole superiori il discorso cambia, e soprattutto dalla provincia sono tantissimi gli studenti che si spostano per frequentare Licei ed Istituti vari nelle città. E sempre per restare sul concreto ed entrare nello specifico, facciamo l’esempio di Roma.

Un abbonamento annuale Metrebus studenti per uno studente che abiti in provincia di Roma (zona C)  costa quattrocento euro l’anno. Lo stesso abbonamento per un adulto, probabilmente lavoratore, ne costa quattrocentottanta. C’è evidentemente qualcosa che non torna.

Sarà mica che la cultura e l’istruzione mettano pensiero a qualcuno? Sarà mica che un popolo di ignoranti (nel senso puro del termine) giovi a chi, invece di gestire la cosa pubblica nel senso del bene comune, lo faccia nel senso dell’interesse proprio?

Buon anno scolastico ragazzi, cercate di sfruttare al meglio quella grande, unica opportunità che lo studio vi da. Affinchè possiate divenire adulti liberi e consapevoli.

Si chiude l’anno scolastico, un grazie di cuore agli insegnanti

Un altro anno scolastico sta per concludersi, proprio come questo campionato di calcio.

E a ben pensarci molte sono le analogie tra una squadra di calcio ed una classe scolastica. Tra il ruolo di allenatore e quello di docente, tra il calciatore e lo studente.

L’allenatore cerca di trasmettere tutto il suo sapere al giocatore, esaltandone le specificità personali. Non solo tecnica, ma visione di gioco. Imparare a pensare, a prevedere, ad inventare. Imparare a confrontarsi con la stampa, con i tifosi, con la vita da professionista. Ed esattamente come il buon insegnante, l’insegnante di razza, appassionato e partecipe, anche l’allenatore regala molto di se, forse tutto, ben sapendo che proprio come lo studente alla fine di un ciclo di studi, anche il giocatore probabilmente prima o poi cambierà casacca, per scelta sua o della società.

E come l’insegnante ha il sacrosanto diritto-dovere di collaborazione con le famiglie, anche l’allenatore per rendere al massimo ha bisogno di una società forte e presente alle spalle.

Così come il maestro o il professore, che hanno visto quel bimbetto diventare ragazzino e poi ragazzo, che hanno imparato a conoscerlo nei difetti e nelle qualità, nei punti di forza o nelle debolezze, sostenendo, pungolando, insegnando a pensare, a reagire, a studiare per progredire. E prendere il volo verso la fase successiva.

C’è molta generosità in tutto questo. Credo ci sia molta generosità in chiunque abbia voglia di insegnare, qualunque cosa insegni ed a chiunque la insegni.

Come credo che non ci sia nulla che valga di più per l’insegnante-allenatore, della consapevolezza  di aver fatto un buon lavoro, di aver trasferito il proprio sapere, di aver insegnato a camminare, a correre con le proprie gambe.

Il giocatore-studente dal canto suo forse riuscirà ad apprezzare sino in fondo gli insegnamenti, ed a farne tesoro, con il tempo e le esperienze di vita.

Certo è che un vero insegnante, come un vero allenatore, non potranno non restare nel cuore e nella mente dei loro studenti-giocatori. Ed in ogni azione di gioco, in ogni compito in classe o interrogazione o esame cui la vita continuamente sottopone, a ben guardare e anche a distanza di anni, beh, ancora si potranno riconoscere le mani e le menti di coloro che hanno contribuito alla formazione dello studente-giocatore.

Peccato che tra tutte queste analogie non possa citarsi anche quella relativa al compenso economico, penserà qualche insegnante, ed io per prima. L’insegnamento è la professione sulla quale si basa la sopravvivenza e l’evoluzione della società, un lavoro-missione che implica l’assunzione di responsabilità più grande. Insegnare l’autonomia, regalare la libertà.

Sarebbe bello riservare a tutti gli insegnanti veri e appassionati del mondo un immenso e possente coro da stadio, e ringraziarli pubblicamente con uno striscione che copra una curva intera.

Io idealmente, lo faccio da qui.