Semplicemente….Papa Francesco.

papa francesco

Ore 19. 06 del 13-03-2013. Piazza San Pietro gremita all’inverosimile. Dal comignolo posto sulla Cappella Sistina, alla quinta consultazione, esce una fumata…..bianca. Il boato si leva possente dalla folla assiepata. Cominciano a passare i minuti. Cinque, dieci, quarantacinque. La tensione è palpabile. Dopo circa un’ora infine si apre la finestra  della loggia centrale di S. Pietro. L’Habemus Pamam che ha annunciato al mondo il nome del nuovo pontefice è stato pronunciato, con voce sottile e malferma, dal cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran. Il nome dell’eletto all’inizio l’hanno capito in pochi. Non era tra quelli che erano circolati insistentemente, dati per favoriti. Jorge Mario Bergoglio, Arcivescovo di Buenos Aires. Questo il nome pronunciato dal protodiacono. Ma una cosa sì, si è capita bene e crediamo abbia colpito il cuore di molti. Il nome scelto dall’ormai ex cardinale Bergoglio per salire al soglio pontificio. Francesco. Il pensiero è corso immediatamente al poverello d’Assisi, Francesco Giovanni di Pietro Bernardone. Colui che si è spogliato di tutti i suoi beni per vivere in povertà. Coraggioso, controcorrente, scandaloso a tratti, ultimo tra gli ultimi, povero tra i poveri. Nel terribile momento storico che stiamo vivendo, un momento in cui l’ordine naturale delle cose sembra invertito, in cui non vi è equità sociale, in cui la finanza domina la politica e si sono totalmente persi la centralità e l’importanza dell’uomo, sentire quel nome, Francesco, è stata una boccata di ossigeno per chi respira a difficoltà. E la sensazione di sollievo e grande speranza si è rafforzata non appena Papa Francesco ha cominciato a parlare. Con semplicità, emozione, umiltà.

“Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo ma siamo qui”. Queste le prime parole pronunciate da Francesco, il primo a scegliere questo nome, il primo Papa sudamericano, il primo gesuita eletto al soglio di Pietro. Una preghiera ed un pensiero immediato per il suo predecessore, Benedetto XVI, e poi l’invito ai fedeli a pregare per lui, prima della benedizione di rito. Emozioni palpabili e simpatia immediata, queste crediamo le sensazioni immediatamente successive alla elezione. Unitamente al prendere atto della grande vitalità dimostrata da Santa Romana Chiesa. Un segnale forte. Il segnale che la Chiesa ha recepito l’urgente bisogno di cambiamento. La necessità di pulizia, di rinnovamento. Dopo i troppi scandali che hanno colpito la Chiesa negli ultimi decenni. Finanziari e morali. Ior, operazioni molto poco trasparenti, pedofilia, omertà. La risposta è arrivata netta, da uomini, i Cardinali elettori che nonostante abbiano un’età media di 72 anni, hanno agito con vigore e lungimiranza.

Immediatamente dopo l’elezione di Papa Francesco sono cominciate a circolare le notizie più disparate. Positive e negative.  Dal fatto che essendo Francesco un gesuita, possa essere proprio lui il Papa Nero della profezia attribuita a Malachia, il santo vescovo benedettino vissuto nel XII secolo (il Superiore Generale della Compagnia di Gesù viene chiamato Papa Nero per il colore della tonaca),  alle polemiche portate avanti dal quotidiano argentino La Nacion, che ha ricordato come l’arcivescovo di Buenos Aires sia uno strenuo oppositore dei matrimoni gay e dell’aborto e di come in passato sia stato accusato del rapimento di due sacerdoti, avvenuto durante la dittatura militare. Le accuse di complicità con la dittatura dei colonnelli sono state  prontamente smentita sia da Jeorge Ithurburu, presidente della storica associazione 24 Marzo parte civile in tutti i processi contro i militari argentini in Italia, sia dal premio nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, che ha affermato che ci furono dei cardinali complici della dittatura argentina, ma assolutamente non Bergoglio.

Abbiamo visto fotografie che ritraevano l’allora Cardinal Bergoglio in ginocchio, tenere tra le mani e baciare il piedino di un bimbo malato su una sedia a rotelle, oppure viaggiare in metropolitana a Buenos Aires come una persona qualunque.

E’ lui. Papa Francesco. La stessa persona che ha rifiutato la mozzetta rossa da indossare sopra la veste bianca, e la croce d’oro che gli veniva porta (ha tenuto quella molto semplice che indossava da vescovo). La stessa persona che ha rifiutato la vettura papale preferendo salire su un pulmino con gli altri vescovi, e che si è recato personalmente a pagare il conto della residenza dove alloggiava. Lo stesso infine che si è rifiutato di incontrare il cardinale Law, implicato in uno dei più grossi scandali di pedofilia che abbia mai investito la Chiesa, quello della diocesi di Boston. “Non voglio che frequenti questa basilica”, ha detto Papa Francesco che pare abbia in animo di trasferire Law fuori dall’Italia riducendolo in clausura. Un atto forte, importante, che aspettavamo da tempo. Necessario. Prendere una posizione netta e di contrasto alla pedofilia. Un atto che ci ha riempito il cuore di gioia.

Restano impresse le sue parole, lo sguardo buono, la semplicità nella scelta delle vesti. “La Chiesa cammini. Ora vi chiedo di andare nelle periferie” ha detto all’indomani della sua elezione.

Buon lavoro Santo Padre. Buon lavoro Papa Francesco. Che Dio la benedica e vegli sempre su di lei. Il mondo ha tanto bisogno. Ma questo sentiamo che lei lo sappia bene.

E chissà che dopo questo segnale forte, assordante, partito da Piazza San Pietro, anche la classe politica italiana, rimasta sinora sorda alle pressanti richieste di un Paese intero capisca che è giunto il momento di rinnovarsi, tirare una linea netta e riprendere il cammino con un punto di vista  totalmente diverso.

Emergenza Italia: politico avvisato…mezzo salvato…

frana italia

Le elezioni sono passate, ed è successo quello che era ampiamente prevedibile. Quello che chiunque viva su questa terra, ascolti le persone, navighi in internet, prenda i mezzi pubblici o semplicemente vada all’ufficio postale o al supermercato, non poteva non immaginare. I partiti tradizionali no. Non crediamo avessero capito fino a che punto potesse arrivare la stanchezza, la sfiducia, la rabbia e la disperazione degli italiani. Non hanno potuto o voluto dare un segnale forte di cambiamento, di rinnovamento. Un punto e a capo necessario, netto, un mea culpa fatto non di parole ma di azioni concrete, per poter sperare di ottenere nuovamente la fiducia di un elettorato che non ci crede più. Soprattutto in chi, in un alternarsi tra maggioranza e opposizione, ha guidato le sorti del nostro Paese negli ultimi trent’anni. Fino ad oggi. Un oggi divenuto insostenibile. Il tasso di disoccupazione che sfiora il 12% (quella giovanile addirittura il 38,7%) mentre solo sei anni prima tanto per rendere l’idea, cioè nel 2007, i tassi erano rispettivamente del 6,2% e 23,2%. Ma ancora, più di trecentosessantamila aziende che hanno chiuso i battenti nel corso del 2012. Zero credito, sanità e scuola pubblica al collasso. Suicidi. Ma tutto questo lo sappiamo. Fin troppo bene.

Temiamo che i partiti storici non abbiano voluto interpretare  i segnali che giungevano da più parti. In questa crisi possiamo vedere il meglio ed il peggio della nostra bellissima Italia. Il peggio vive nei mestieranti della politica, in quelle spregiudicate macchine da guerra che sono diventati i grandi partiti, che per alimentarsi e continuare a marciare hanno bisogno di ingurgitare tutto ciò che gli capita a tiro, senza discernimento. Queste mostruose macchine da guerra sono ad oggi costituite anche da una moltitudine di piccoli ometti mestieranti della politica. Miopi, avidi, bulimici. Privi di sentimenti. Di etica, di morale. Li immaginiamo brulicanti, come migliaia di termiti distruttrici. Che sia un pezzo di legno abbandonato o una cornice di legno del seicento. L’importante è macinare, accumulare, abboffarsi. Anche a rischio di morirne o sentirsi male. L’ultimo anno è stato tragico in questo senso. Tutti noi abbiamo sperato in un governo tecnico targato Mario Monti, che proprio in quanto tecnico potesse e volesse sottrarsi a queste logiche da grande abbuffata. Ci siamo trovati invece, con un governo tutto fuorché tecnico, concentrato a rimettere a posto i conti e conticini a favore dell’Europa, della Germania. Quasi come dovesse o volesse assolvere direttive impartite da altri, ed esempio dal mondo dell’alta finanza internazionale e non. Ma completamente sordo alle necessità sempre più urgenti e pressanti degli italiani. Ormai anche i bambini hanno capito che non si possono fare politiche di aumento della pressione fiscale, di restrizione indiscriminata della spesa pubblica e del credito in un momento di recessione senza causare il collasso, sia economico che sociale. I fatti di Perugia dell’altro giorno, i tanti suicidi, l’aumento di rapine e omicidi a scopo di furto parlano chiaro. Non è demagogia. Ma sarebbe da irresponsabili non voler prendere atto della realtà. Il bene invece è rappresentato dalla grande forza e resistenza propria del nostro popolo, che in momenti come questo esce fuori. La capacità di sognare, di tornare a credere, di voler gettare il cuore oltre l’ostacolo. Da questa forza sono nati nuovi movimenti, nuovi partiti, che spesso senza un euro stanno tentando di invertire la rotta spesso utilizzando quel grande mezzo di comunicazione democratica che è il web. Alcuni di essi hanno sofferto e stanno soffrendo del richiamo giunto da più parti di non disperdere i voti, del cosiddetto “voto utile”, utile senz’altro a continuare a nutrire le termiti. Ma uno su tutti quanti è riuscito nell’impresa di convogliare allo stesso tempo la rabbia e la speranza, ed è ovviamente il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo.  Un movimento che ben prima di arrivare alle urne ha lanciato messaggi chiari alla classe politica e dirigente, messaggi rimasti però inascoltati o quantomeno largamente sottovalutati. Del Movimento a Cinque Stelle lascia sicuramente perplessi l’inesperienza che si è potuta cogliere in molti degli eletti, soprattutto in un momento in cui bisogna governare la barca Italia in un mare in tempesta. Grillo ha dichiarato un paio di giorni or sono “Se falliamo noi ci sarà violenza nelle strade”. Temiamo possa essere vero. L’insostenibile iniquità sociale porta a soccombere o a reagire. Ognuno per come sa e come può. Proprio per questo crediamo che enorme siano le responsabilità che attendono Grillo come pure Bersani e Berlusconi. Ognuno di loro, in maniera diversa, punta a tenere sulla corda gli altri per poter dettare i giochi, di qualunque natura siano. Speriamo ovviamente che siano giochi nel senso del bene comune. Questo solo il tempo potrà raccontarcelo. C’è di contro una nazione però, che non ha più tempo e voglia di giocare. Ci auguriamo che questo lo abbiano capito tutti. Che abbiano capito che è giunto il momento di riformare e riformarsi nel profondo. Di rivedere il sistema bancario, gli accordi europei sul debito, ridare credito e ossigeno alle aziende perché possano ripartire, ma soprattutto rivedere i costi della politica, non più tollerabili. Chi fa politica lo deve fare per spirito di servizio e non per scopi di arricchimento personale, fatto salvo il diritto di essere giustamente retribuito per il lavoro svolto. Privilegi e comitati di affari non sono più tollerabili.