I due marò. A New Delhi fanno gli……indiani

RAVAGLI - I DUE MARO' PARTITI PER L'INDIA: - FIDUCIOSI NELLA GIUSTIZIA, MANTENIAMO LA NOSTRA PAROLA D'ITALIANI -Adesso basta. La questione dei marò sta assumendo contorni spaventosamente sinistri. E di fatto ad oggi, rischiano la pena di morte. Ne abbiamo parlato tante volte in questi due anni di prigionia in un Paese che non è stato in grado di fornire all’Italia la benché minima garanzia di equità e imparzialità sulle sorti dei nostri Salvatore  Girone e Massimiliano Latorre. L’Italia ha pazientato, cercato di mediare, alzato la voce, ma, ci spiace dirlo, è una questione che è stata affrontata male, anzi malissimo sin dagli esordi, da quando è arrivato, inspiegabilmente l’ordine di far attraccare la petroliera italiana Enrica Lexie nel porto di Kochi ormai due anni fa, nonostante la nave si trovasse in acque internazionali e quindi l’India non avesse giurisdizione per i fatti contestati. Ricordiamo, si fa per dire, che i nostri militari erano in servizio antipirateria nell’ambito di una missione internazionale sulla nave italiana. E che, ironia della sorte, Girone e Latorre e conseguentemente l’Italia, vengono processati per terrorismo. Quindi secondo la magistratura indiana, l’Italia è un paese terrorista, come i nostri due militari. Così, sulla “fiducia” visto che dopo due anni e 29 rinvii, gli indiani non sono stati ancora in grado di formulare i capi di imputazione.

E questo già di per sé è un fatto infamante, vergognoso e intollerabile pur provenendo da una nazione, l’India, che non brilla certo in materia di democrazia e garanzia dei diritti.

Ma il fatto che il segretario generale dell’Onu, Ban Ki – Moon, sollecitato dal governo italiano a intervenire, abbia liquidato la vicenda affermando che si tratta di una questione bilaterale tra Italia e India, e lavandosene di fatto bellamente le mani, beh questo è proprio non si può accettare.

Il nostro peso a livello di politica internazionale evidentemente e pari a zero, o quasi. Prendiamone atto. Ritiriamo tutti i nostri militari in missione all’estero. Tutti. Utilizziamo i denari che si risparmierebbero, e non sono pochi, a casa nostra. Interrompiamo tutti i rapporti commerciali con l’India, a facciamo accomodare i rappresentati diplomatici indiani presenti sul territorio italiano fuori confine, subito.

E poi, ma soprattutto, andiamoci a riprendere -di peso- i nostri ragazzi, ingiustamente detenuti sul territorio indiano.

Mario Monti, che di fatto li ha rispediti in India alla fine del permesso concesso ai nostri militari per poter partecipare alle votazioni politiche, potrebbe sempre proporsi per uno scambio. L’occasione giusta per fare una bella figura, almeno una volta.

Italiano detenuto all’estero non tutelato dalla Patria

roberto_berardi_2-2La nostra ormai è diventata una società basata sulle immagini. Dove l’immagine molto, troppo spesso, diventa l’unica prova per dimostrare una realtà. Prova documentale che può costituire il confine chirurgico tra giustizia e ingiustizia, tra notorietà ed oblio, a volte addirittura tra vita e morte.

Nitide nella mente le immagini che ci sono giunte, chissà con quanta difficoltà e correndo quali pericoli, da una cella di isolamento di un carcere della Guinea Equatoriale  in cui Roberto Berardi, 49 enne imprenditore italiano, è detenuto da quasi un anno, condannato a due anni e quattro mesi di reclusione poiché ritenuto colpevole di frode fiscale.

I familiari raccontano che Berardi era entrato in affari nel campo delle costruzioni  con Teodorin Obiang Nguema Mangue, figlio del presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Ma scoperte alcune strane operazioni sul conto corrente dell’impresa aveva chiesto spiegazioni. Subito dopo però era stato prelevato, accusato di frode fiscale e sbattuto in carcere. Per dovere di cronaca è bene ricordare che questo signore, Teodorin Obiang Nguema Mangue, è sotto processo negli Stati Uniti con l’accusa di riciclaggio.

Non credo ad ogni modo che sia importante entrare nel merito di questa vicenda. Se l’accusa sia fondata o meno. Se Berardi sia colpevole meno.

Il punto è un altro. I familiari hanno dichiarato di aver contattato più e più volte il nostro Ministero degli Esteri. Di aver fatto presente la situazione di grave pericolo in cui versava Roberto, ma di aver ricevuto solo rassicurazioni in merito alle condizioni di detenzione.

Poi le immagini trasmesse da tutti i tg nazionali. Il corpo magrissimo, la schiena segnata da decine di frustate. Gli occhi fissi, quasi vitrei che puntano l’obiettivo. La richiesta di aiuto: «Da più di un anno sono imprigionato e da due mesi sono in una cella di isolamento senza vedere luce e ricevo bastonate e frustate. La pressione è
fortissima, spero di riuscire a resistere almeno per potere vedere i miei figli».

Subito dopo, le prime reazioni alle immagini-realtà.  Luigi Manconi (PD), Presidente della Commissione per la tutela dei Diritti umani rende noto di aver «presentato un’interrogazione urgente al ministro degli Esteri a proposito di uno dei tremila nostri connazionali detenuti all’estero, spesso in condizioni disumane».

E continua affermando: «Ho sollecitato la massima attenzione da parte del nostro ministero degli Esteri, che già da tempo segue la vicenda, in ultimo attraverso l’azione del vice ministro Pistelli, nel momento in cui l’attenzione dei media potrebbe portare a un mutamento di orientamento da parte del governo della Guinea Equatoriale. È proprio adesso che si deve sviluppare il massimo dell’iniziativa – ha esortato Manconi – per garantire l’incolumità di Berardi e il rispetto dei suoi diritti fondamentali».

Lo stesso Manconi quindi, conferma quanto dichiarato dai familiari di Berardi.

La Farnesina era a conoscenza della vicenda. Anche il verbo utilizzato sembra appropriato. Seguire…..come una serie televisiva o una partita di calcio. Da spettatore. Passivo? Ma fornisce un altro dato importante ed allarmante. Sono tremila i nostri connazionali detenuti in varie parti del mondo e spesso in condizioni disumane.

Un caso è venuto alla ribalta dunque. E forse adesso l’Italia non potrà non muoversi per tutelare i diritti più basilari di un suo figlio. Con quali risultati sinceramente non sappiamo, visti quelli ottenuti per i due marò detenuti da oltre due anni nella “civilissima” terra indiana che continua a regalarci storie quotidiane di stupri e uccisioni di bimbi, adolescenti e giovani donne, violati e poi gettati via come stracci vecchi in discariche di fortuna o in mezzo alla strada da autobus in corsa.

Quanto agli altri duemilanovecentonovantanove  nostri connazionali detenuti, beh, auguriamo loro di riuscire ad inviare qualche scatto fotografico o breve filmato. Chi non appare è invisibile. Chi non appare non esiste. Chi non appare non è. E quindi non costituisce un problema da risolvere, fosse anche solo per salvare le apparenze.

Se Roberto Berardi fosse un cittadino statunitense, francese o tedesco, saremmo qui a raccontare questa barbarie?

Povera Italia nostra. Continua il corso di sopravvivenza quotidiana, dentro e fuori i confini nazionali.

Rignano Flaminio, quelle voci da ascoltare….

Mercoledì scorso, 29 gennaio 2014, si è tenuta la seconda udienza del processo di Appello di Rignano Flaminio. E questo è uno degli articoli più difficili che mi trovo a scrivere sull’argomento che gioco-forza ha condizionato e mutato la mia esistenza degli ultimi otto anni o quasi, in qualità di portavoce e vice presidente dell’Agerif, associazione genitori Rignano Flaminio.

Impossibile riassumerli in quaranta righe. Impossibile dire tutto quello che penso e che sento. E chiedo venia al mio amico Pino Rigido che mi ospita da anni (dandomi sempre la possibilità di massima espressione, spesso su temi scomodi), se dovessi sforare lo spazio solitamente occupato dalle mie riflessioni.

Scrivo ascoltando una bellissima canzone di Laura Pausini, “ Il mondo che vorrei”, che mi emoziona, sperando di riuscire a trasmettere le mie di emozioni.

Terza Sezione Penale della Corte di Appello di Roma. Il Procuratore Generale Amato ha chiesto la condanna di due dei cinque imputati rispettivamente a sette anni per la bidella Cristina Lunerti e sei anni e dieci mesi per la maestra Patrizia Del Meglio, moglie dell’autore TV Gianfranco Scancarello. Assoluzione invece per gli altri tre imputati: le due maestre Silvana Magalotti e Marisa Pucci e per lo stesso Scancarello.

Ma, quello che più conta, dopo aver ribadito con forza che gli abusi sono avvenuti, ma che possono essere ricondotti con certezza solo all’interno degli edifici scolastici della scuola d’infanzia Olga Rovere, ha anche  asserito che possono essere prese in considerazione con assoluta certezza solo le prime sei denunce.  Perché sulle dichiarazioni dei primi sei bimbi, per un fattore meramente temporale, non possono calare ombre di contaminazione dichiarativa.

E qui, con uno sforzo immane, debbo sdoppiarmi. Da una parte una lettura “tecnica” un’analisi logica della scelta della pubblica accusa, e dall’altra una dettata dal cuore, soffermandomi sulle conseguenze a livello umano.

Il processo per i “presunti” abusi di Rignano Flaminio, è stato di fatto uno spartiacque. Tra il prima e il dopo. Uno dei primissimi casi di “presunta” pedofilia di gruppo (mi vien da ridere…..).

Di certo è che Rignano Flaminio ha cambiato la percezione del fenomeno in Italia, finanche le procedure investigative, insieme al processo di Brescia. La consapevolezza per gli italiani che la pedofilia organizzata è un pericolo concreto, un’emergenza sociale.

Ed essendo uno dei primi casi nel genere, come è ovvio, ha pagato lo scotto del noviziato. Il conto ci è stato presentato dai vari protagonisti di questa vicenda, in buona come in cattiva fede, ma di questo faranno il conto con le loro coscienze o con Dio, per coloro che credono.

E allora. Se da un canto sarebbe fondamentale arrivare ad una sentenza che “sfrondando” i punti più lacunosi di indagini “novelle”, ribadisse forte e chiaro la validità della testimonianza dei minori, dall’altra non posso non pensare a tutti gli altri bimbi i cui racconti sono stati buttati anche se a fin di bene, nel cestino della carta straccia. A quei racconti, dolorosi. A quelle richieste di aiuto.  Case, oggetti, particolari fisici, descritti minuziosamente nel narrare i fatti. L’abuso. Racconti che hanno puntualmente trovato i riscontri nelle realtà delle perquisizioni, delle abitazioni, degli oggetti in esse contenuti, dei corpi degli indagati frugati ed osservati dagli inquirenti.

Non penso ai genitori, no. O meglio, penso anche a loro, ma in seconda battuta. Penso invece a tutti gli altri bambini, oggi undicenni, che per una scelta tecnica che non mi permetto di commentare, non avendone le competenze, e che mi auguro con tutto il cuore sia quella giusta, si sono visti disconoscere una volta ancora il loro vissuto fatto di dolore, vergogna, paura, ingiustizia.

Ogni bimbo ha raccontato, ogni bimbo ha dato un apporto preciso e personale. E proprio sulla scorta delle loro testimonianze, gli inquirenti sono stati in grado di ritrovare e perquisire le abitazioni descritte. E ritrovare gli oggetti, i colori, la dislocazione delle stanze descritte.

Sarebbe splendido se “tagliandoli” fuori dalla vicenda, si fosse tagliato via quel loro vissuto, quei ricordi, quelle sensazioni di paura e schifo al tempo stesso. Ma non è possibile. Come sarà difficile un domani far capir loro il perché di questa scelta. Di una logica processuale che a un certo punto ha deviato dal loro vissuto.

Il Professor Montecchi, allora primario del Reparto Neuropsichiatrico del Bambin Gesù di Roma, che visitò molti di loro e certificò gli indicatori di abuso, disse tanti anni fa, nel corso di un’intervista rilasciata poco prima del suo pensionamento inatteso quanto fulmineo, che spesso la realtà processuale non coincide con quella clinica da lui fotografata.

Mi auguro che in questo caso le due realtà, anzi le tre- io aggiungerei anche quella storica- possano coincidere il più possibile. E mi auguro che da questo processo d’appello possa essere restituita dignità alla testimonianza di questi bimbi oggi pre-adolescenti.

Per il resto, ognuno rimarrà solo con la propria coscienza, e saprà in cuor proprio cosa come e perché è stato fatto.

Voglio continuare a credere nella giustizia degli uomini. Per i bimbi di Rignano e per tutti i bimbi abusati e maltrattati del mondo. E’necessario continuare a migliorare le tecniche investigative e il protocollo di ascolto del minore. Protocolli che debbono diventare condivisi ed identici da Bolzano a Pantelleria, alla faccia di chi anche nel nostro parlamento prova a far passare la pedofilia come “orientamento sessuale”.

Questa nostra vita è in continuo divenire, alla ricerca di evoluzione e miglioramento. Poi c’è il dopo. E lì, la verità non si potrà celare. Come pure le responsabilità. Quel tipo di giustizia non potrà essere arrestata, neppure dal più grande e tracotante principe del foro.

Prossime udienze, 28 marzo e 4 aprile 2014.