I piccoli veggenti di Rignano Flaminio.

BIMBO COPERTO DA CUSCINO

Dopo la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Tivoli pensavo sinceramente di essere preparata a tutto. Anche al peggio. Ma quando venerdì, poco prima delle 13.30, la III° sezione penale della Corte di Appello di Roma ha confermato integralmente la sentenza emessa circa due ani fa, beh, mi sono accorta che non si può mai essere preparati. Perché oltre la razionalità, in fondo al cuore non si smette mai di sperare. Dopo l’agitazione durante la camera di consiglio ed il fiato trattenuto tra il suono della campanella che annunciava il rientro in aula del collegio presieduto dal Dott. Mineo, e la scarna lettura della sentenza, un caleidoscopio di emozioni. Più trattenute rispetto a due anni fa, ma forse ancor più intense e profonde, come accade quando una esperienza matura dentro di te.

Una rabbia sorda, tra la nausea e la rassegnazione,  ma soprattutto una profonda tristezza. Per gli ex-bambini di Rignano, ormai ragazzine e ragazzini pre-adolescenti, certo, per i loro genitori, ma in fondo poi per ognuno di noi.

Lascio agli uomini ed alle donne di legge le espressioni, pur corrette, sul fatto che le sentenze vanno rispettate e sull’opportunità di aspettare di leggere le motivazioni, attese come minimo tra novanta giorni. Tutto giusto, per carità.

Ma, avendo seguito questa vicenda dal 12 ottobre 2006 (il giorno delle perquisizioni dei RIS nella scuola e nelle abitazioni degli allora indagati, avvenute tre mesi dopo le prime denunce) e conoscendone quasi tutti gli aspetti, non riesco proprio a mantenere alcun tipo di aplomb.

Dopo la sentenza di primo grado, una dei bimbi, oggi ragazzina dodicenne, ha detto alla mamma: ” Perché non ci hanno creduti?”

E lei, cercando di alleggerire il carico :”Amore, i giudici hanno sentito tutti i genitori, poi le maestre, e hanno deciso che non fosse successo nulla”.  E allora, con la logica ferrea e pulita di chi non conosce la corruzione del mondo :” ma scusa, loro non c’erano. Io c’ero. Portami da loro e gli racconterò cosa è successo”.

Ci siamo detti mille volte che il caso di Rignano Flaminio ha pagato lo scotto del “noviziato” e dell’inesperienza. Grazie a Rignano Flaminio molto è cambiato ed oggi tanti casi vengono risolti grazie a tecniche investigative affinate, precise e puntuali. Quasi sempre grazie alle telecamere nascoste che riprendono abusi e maltrattamenti su bambini quasi sempre piccolissimi. E di questo ovviamente siamo lieti.

Ma l’aspetto che ritengo insopportabile e grave, anzi gravissimo, rispetto alla sentenza di venerdì, è il fatto che si sia ribadito ancora una volta che il fatto non sussiste. Tralasciando le responsabilità, sulle quali correttamente non mi pronuncio e non mi sono mai pronunciata, non avendone titolo.

Se una persona venisse malmenata e refertata all’ospedale e poi non si trovasse l’aggressore, potremmo mai dire che il fatto non sussiste? Penso proprio di no. Ecco questo di fatto è successo con la sentenza emessa a Piazzale Clodio.

Referti medici, perizie psicologiche, l’incidente probatorio, le tracce di sostanze stupefacenti ritrovate nei capelli. Bambini veggenti che hanno descritto minuziosamente luoghi e oggetti mai visti ma effettivamente ritrovati, e che portano sul corpo e nel cuore le cicatrici di ferite mai inferte. Chissà, potremmo chiedere loro i numeri vincenti del superenalotto e devolvere tutto in beneficenza!

Verrebbe amaramente da pensare che in Italia forse, convenga essere colpevoli piuttosto che parti lese. Il colpevole ha discrete possibilità di farla franca, la parte lesa ne ha altrettante di non essere tutelata.

E adesso? Beh, credo proprio che adesso, per dare un senso a tutta questa storia, sia il caso di chiedere con ancor maggiore forza un protocollo di ascolto del minore chiaro, netto e condiviso. E di procedere immediatamente all’incidente probatorio senza far ascoltare il bambino-testimone da chicchessia.

Ai ragazzini di Rignano, che sento un po’ anche miei, vorrei dire che grazie al loro coraggio, sono stati fatti tanti passi avanti nella lotta alla pedofilia, e che il loro dolore non è stato vano. Ma soprattutto auguro loro di non perdere mai la capacità di lottare per le cose in cui credono, e la voglia di sognare un mondo migliore. Schiena diritta, sguardo fiero, ed in petto il cuore che batte, un po’ ammaccato certo, ma mai domo.

Rignano Flaminio, in attesa di giustizia.

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Venerdì prossimo la Terza Sezione Penale del Tribunale di Appello di Roma emetterà la sentenza di secondo grado per il processo di Rignano Flaminio.

Dopo quasi otto anni da quelle prime denunce sporte dai genitori nel luglio del 2006 ma soprattutto dopo il lungo calvario vissuto dai bambini e dalle loro famiglie.

Impossibile ripercorrere le mille situazioni vissute, le mille difficoltà superate. E’ stato un percorso ad ostacoli e forse anche grazie ai mille ostacoli da superare i protagonisti di questa immonda vicenda sono riusciti a sopravvivere ad un dolore e alla devastazione  difficili da spiegare sino in fondo a chi non li ha vissuti. Anche se c’è una cosa sopra a tutto che glielo ha consentito. L’amore. L’amore dei bimbi verso dei genitori e viceversa. Delle mamme verso i papà e viceversa. Delle famiglie tutte, fratelli, nonni, zii. E la consapevolezza di essere fortunati ad avere i propri figli accanto a sé, feriti per sempre ma pur salvi, pensando invece alle migliaia di bimbi che scompaiono ogni anno, inghiottiti  nell’orrore del traffico di organi, nell’inferno delle organizzazioni pedofile o, nella migliore delle ipotesi, nella tratta di bimbi per le adozioni illegali

L’altra grande consolazione, per loro come per me, è la consapevolezza che dopo il caso di Rignano Flaminio molto si è fatto ed ancora si sta facendo per il contrasto della pedofilia. Dalle tecniche investigative (od oggi molto spesso i colpevoli vengono “inchiodati ” dalle videoriprese) alla prontezza dell’ascolto del minore per “cristallizzare” la prova, fino al grande segnale di cambiamento lanciato da Papa Francesco che ha recentemente istituito una commissione antipedofilia.

Molto, veramente molto, c’è ancora da fare, come fissare un protocollo di ascolto del bambino-testimone che non sia mera linea guida ma protocollo condiviso e sottoscritto dalle varie parti in causa.

Dalla sentenza di venerdì prossimo preferisco cercare di non attendermi nulla, anche se c’è una cosa, anzi due, che ritengo essenziali ai fini di una corretta lettura di tutta questa storia.

Che le testimonianze di quelle piccole donne e di quei piccoli uomini coraggiosi, alle quali sono stati trovati fin troppi riscontri, non cadano in un vuoto che risulterebbe comunque silenziosamente colpevole. E che conseguentemente si arrivi quantomeno ad ammettere che i fatti sono accaduti. La seconda è di non dover più leggere nelle motivazioni della sentenza, come accaduto per il processo di primo grado, affermazioni comiche se non attenessero a fatti tragici,  come per esempio quella relativa agli esiti cicatriziali riscontrati in numerosi bambini. Per spiegarle infatti, il collegio presieduto da Mario Frigenti disse che potevano essere riferibili ad interventi chirurgici pregressi (mai effettuati), al morbo di crohn (che fortunatamente i bimbi non hanno ne hanno mai avuto), ad abusi sessuali (ma la sentenza lo ha negato), oppure ad una caduta accidentale, a gambe divaricate, su un oggetto appuntito. E credo che questa ultima ipotesi, visto che ci troviamo di fronte a più bambini, si commenti da sola.

Un abbraccio ai bambini oggi pre-adolescenti, alle famiglie, agli avvocati ed ai periti ed a tutti coloro che ci hanno accompagnato in questo viaggio infernale, cercando di far ottener loro giustizia. Dopo le aule di tribunale ognuno rimarrà solo con la propria coscienza (per chi la possiede) e, per chi crede, dopo la giustizia degli uomini ci sarà comunque quella divina.

Il tramonto della democrazia e dello sport….

Quello che è successo sabato a Roma non ha nulla a che vedere con il tifo ed i tifosi, quelli veri. Ma sarebbe miope, superficiale e vigliacco fermarsi a questa analisi scontata. Perché sabato sera a Roma, si è consumato- e non è la prima volta- uno spettacolo indegno e gravissimo, perché è andata in scena- sotto gli occhi di trentotto milioni di telespettatori, la resa dello Sport ma ancor prima delle Istituzioni ad un manipolo di delinquenti comuni, sostenuti per stoltezza ovino-italica da alcune delle migliaia di bipedi riunitisi all’Olimpico di Roma.

I fatti li conosciamo tutti, sarebbe inutile ripeterli. Della sparatoria in sé non mi pare ci sia molto da dire, benché pare che sia la prima volta che spunti una pistola in questioni tra tifosi.  Ma non è un tifoso quello che maneggia con semplicità e destrezza una pistola, si chiama delinquente. Dovrebbe essere un fatto allucinante ma così non è. I personaggi erano conosciuti alle forze dell’ordine, non erano nuovi ad atti delinquenziali. E le sparatorie ormai, non nascondiamoci dietro ad un dito, non rappresentano una novità. Di solito vengono liquidate con l’espressione “regolamento di conti tra malavitosi” e i commenti più comuni che si sentono in questi casi sono :” finché si ammazzano tra di loro…..uno di meno”. Meno consuete le dichiarazioni -che spero vengano approfondite dagli inquirenti- dei parenti del ragazzo (il ferito più grave tra i tre) finito al Policlinico Gemelli in fin di vita, che hanno dichiarato di essere stati minacciati di morte dal fratello del presunto feritore.

Detto questo passiamo ai due momenti che credo abbiano fatto venire a molti la voglia di spegnere il televisore e dedicarsi a qualsiasi altra cosa. Qualsiasi altra.

Il primo è stato quando, a partita non ancora iniziata e clima caldissimo, fatto di riunioni volanti, conciliaboli e fermento tra i rappresentanti delle istituzioni, un gruppetto di dirigenti di polizia si è recato di gran passo verso la curva nord che ospitava i tifosi partenopei. Non potevo credere ai miei occhi. Erano lì per “conferire” con un “signore” elegantemente arrampicato e seduto sul cancello che divide la curva dal campo di gioco. Una t-shirt scura con una grande scritta gialla: SPEZIALE LIBERO (Speziale è quel gentiluomo attualmente detenuto nelle patrie galere per l’omicidio dell’Ispettore di Polizia Filippo Raciti). Prima di loro, era stato inviato a trattare con il Sig. Gennaro De Tommaso, detto “Genny ‘a carogna”, il capitano del Napoli Hamsik. Questo Sig. Genny ‘a Carogna deve essere davvero un pezzo grosso, perché è stato proprio lui, “parlando a nome della tifoseria partenopea tutta” a dare il permesso di far giocare la partita. Il permesso.

Il secondo momento è stato quando, questa volta all’unisono, entrambe le tifoserie hanno cominciato a fischiare il nostro inno nazionale, cantato per l’occasione dal vivo dalla bravissima Alessandra Amoroso che è riuscita a portare al termine l’esecuzione nonostante il boato di disapprovazione che rimbombava cupo all’Olimpico.

In Tribuna d’Onore i volti imbarazzati del Presidente del Consiglio Renzi e del Presidente del Senato Grasso hanno assistito immobili alla sconfitta della legalità e della democrazia.

Capiamo benissimo che la polizia-stato sia andata a trattare con la tifoseria per motivi di ordine pubblico. Ma il risultato non cambia. Lo Stato dov’è? Lo Stato ha abdicato a Genny ‘a Carogna ed a quelli come lui. Ed a pioggia ovviamente le società calcistiche e la FICG. Il calcio è malato, ha detto il Presidente del Coni Malagò. Credo abbia ragione.  Ed è arrivato il momento di prenderne atto ed agire. Non si può veramente più far finta di niente.

Una politica per pochi tra strumentalizzazioni e bla bla bla.

Non sono una fan di Matteo Renzi.  Credo mi sia alquanto indifferente. Anzi, a  dire il vero guardo a lui con una certa diffidenza. Una diffidenza che non è legata a lui personalmente. Assolutamente no. Quanto al ruolo che rappresenta. E non sin qualità di Presidente del Consiglio, no. Ma, più tristemente, in quanto uomo politico italiano (se fosse donna politica italiana la diffidenza rimarrebbe, non è la mia una diffidenza di “genere”). Perché, si chiederà qualcuno? Semplicemente perché, nonostante il mio proverbiale ottimismo ( chi mi conosce bene sa fin dove possa spingersi, e spesso diventa motivo di bonarie prese in giro…), negli ultimi anni, anzi decenni, diciamo sin dove riesce a spingersi la mia memoria, non credo di aver mai visto qualcuno arrivare ad essere un politico di primo piano senza essere al tempo stesso emanazione o quantomeno significativamente amico o vicino a comitati di affari, lobbies, caste e chi più ne ha più ne metta. E questo per il semplice motivo che fare politica in Italia ha un costo esorbitante. Inarrivabile e non affrontabile per un singolo che abbia solo voglia di prestarsi per il bene comune attraverso la gestione della cosa pubblica, sia essa la nazione stessa come il più sperduto comune della nostra bellissima e disgraziata penisola.

Dalla raccolta firme necessarie alla presentazione di una lista, per una elezione amministrativa come per le europee, passando dal costo medio di una campagna elettorale, in Italia è veramente complicato- al limite dell’impossibile- decidere di fare politica da “cane sciolto”. Perché un essere umano senziente dovrebbe decidere di spendere due o tre milioni di euro per la propria campagna elettorale nel momento in cui- in caso elezione- andrebbe a guadagnare “appena” 250.000 euro se la legislatura durasse i cinque anni naturali? Non credo francamente neppure a chi dice di aver creato dal nulla un partito del 20%, solo attraverso il web. Perché non credo che le lobbies nazionali ed internazionali permetterebbero a chicchessia di materializzarsi dal nulla o quasi, con il solo scopo di far bene per il proprio Paese, rischiando di andare a rompere le uova nel paniere a chi non si deve proprio.

Il giorno in cui, (e spero davvero tanto che arrivi, prima o poi), i costi della politica scenderanno, ma soprattutto il giorno in cui la politica avrà il predominio sulla finanza, allora e solo allora potrò ricominciare a credere ed a sperare.

Nel frattempo mi piacerebbe però che quel poco di buono che ci arriva mediamente dalla classe politica non rasentasse il ridicolo. Come la sterile polemica del M5S proprio contro Renzi, accusato di voler strumentalizzare a fini elettorali la sua partecipazione alla Partita del Cuore, in programma a nella sua Firenze ed il cui ricavato sarà devoluto ad Emergency.  Se Beppe Grillo, Casaleggio & C, davvero avessero intenzione di mettere mano ad un sistema profondamente corrotto, credo potrebbero trovare argomenti più seri, scottanti e scomodi da affrontare. Una polemica del genere su una partita di beneficenza, oltre ad essere sterile, rischia sinceramente di cadere nel cattivo gusto. Fossi stata in Matteo Renzi, anziché rinunciare alla  partecipazione alla partita, come ha annunciato, avrei invitato lo stesso Grillo ed altri esponenti politici a scendere in campo, scarpini ai piedi. Sarebbe stata una buona occasione per vederli sudare, una volta tanto.

La lezione di Papa Francesco

E’ arrivato poco più di un anno fa. Dalle prime parole pronunciate subito dopo l’elezione al Soglio Pontificio è entrato nel cuore dei milioni di fedeli e non, collegati attraverso i vari mezzi di comunicazione con Piazza San Pietro. Da quel giorno non ha mai smesso di stupire, emozionare, commuovere. E’ arrivato in un momento storico difficilissimo, duro, a tratti crudele. Una fase buia del nostro cammino in cui la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive enormi disagi, ed i diritti dei più deboli sembrano chimere lontane. In un momento così cupo, il mondo aveva davvero bisogno di una figura straordinaria, come straordinaria è la semplicità e la rapidità con cui Papa Francesco si è mosso e si muove nel riformare, rinnovare e riavvicinare la Chiesa Cattolica alle persone. Amore, accudimento, umiltà, spirito di servizio sono le parole che gli abbiamo sentito pronunciare così spesso negli ultimi mesi. Parole precedute e seguite da fatti, da presenza, attenzioni e delicatezze che non smette mai di profondere verso chi ne ha bisogno. Anticonvenzionale, allergico all’etichetta, diretto, sempre sorridente, umile, amorevole.

Ci ha abituato alle azioni inusuali. Dalle fermate improvvise per salutare un fedele lungo il tragitto percorso con la papamobile, alle profonde e delicatissime azioni di rinnovamento, come la riforma dello IOR, fino al duro richiamo rivolto ai politici qualche settimana fa. Ed ancora, alle tante telefonate che ha fatto e continua a fare a persone normalissime, come quella di un paio di giorni fa ad Emilia Orlandi, ultracentenaria signora di Roncola di Treviolo che aveva inviato al Papa una sciarpa di lana realizzata con le sue mani. Ha affrontato il tema terribile della pedofilia prendendo una posizione netta, ferma, di chiaro contrasto, istituendo una commissione apposita. Ha chiesto perdono per il male arrecato dai preti pedofili e ha detto chiaro e tondo, che Dio è dalla parte delle vittime degli abusi.

Quando percorre le vie di Roma con la sua Ford Focus tutt’altro che nuova di zecca, suscita ammirazione e tenerezza, quella stessa tenerezza che regala con immensa semplicità al suo prossimo.

Pronuncia spesso una frase che racconta molto di lui: “ Pregate per me”, dice. E in quella frase sembra essere racchiuso tutto il suo essere. Non un velo di distanza, non un barlume di superiorità, ed una presenza vera, tangibile e di grande consolazione.

Grazie Papa Francesco. La sua venuta è un dono, un dono beneaugurante che ha portato luce e speranza quando più ce n’era bisogno. Bisogno di cambiamento radicale, di un inversione di rotta, di centralità dell’individuo.

Sono certa che milioni e milioni di persone pregano per Lei, e per quel poco che possa valere, lo faccio anche io.

Spero davvero che la sua opera riesca a toccare il cuore di chi, finora, in luoghi e ricoprendo ruoli diversi, ha dimostrato di non averne, di cuore. Certo è che la sua venuta è già un immensa consolazione per tantissime persone, anche non praticanti od ortodosse.

L’erba del vicino è più verde. Davvero.

Era parecchio tempo che non mi capitava di andare all’estero. Niente di esotico o modaiolo, un breve ma intenso viaggio nel cuore della nostra “ Europa unita”. Belgio, Germania, Francia, e di sfuggita in Svizzera nel tragitto di ritorno in auto verso casa.

Ero curiosa di vedere i cambiamenti eventualmente apportati da questi lunghi anni di crisi economica in luoghi in cui,in precedenza, ero stata così tante volte.

Di respirare l’atmosfera, osservare i volti dei nostri “vicini di casa”, le loro abitudini di vita, i loro abiti.

Di Bruxelles ho sempre in mente il cielo grigio, alto e compatto, impenetrabile. Unica variazione possibile, l’intensità del grigio. Chiaro, medio, quasi mai plumbeo, come diventa invece il nostro prima di un temporale. Ma questa volta invece, appena atterrati a Zaventem, ci ha accolti un sole timido ma insistente, un po’ sbiadito dalle nubi.

Della Germania ricordavo le temperature sempre notevolmente più rigide che da noi, ed invece la temperatura era mite anche alla sera, ben più alta di quella che avevo lasciato a Roma.

In Belgio come in Germania i ristoranti come le pizzerie ed i kebab erano discretamente pieni di gente. Come le strade, i giardini, i negozi. Ma soprattutto, i volti delle persone non erano tesi, cupi e sovrappensiero come ultimamente e da troppo tempo avviene a casa nostra. Gli stipendi sono ben più alti dei nostri, ma incredibilmente i prezzi sono inferiori. Dal pane allo shampoo, dai ristoranti agli ingressi ai musei (Svizzera a parte, ma qui parliamo di Unione Europea).

La sensazione forte è stata quella di trovarmi in un posto in cui lo Stato è presente. In cui non ci si muove con la logica del “si salvi chi può”. Oltre la crisi, ovviamente presente anche lì, ma mai con la sensazione di sbando e mancanza di prospettive che si respirano, anzi che ci soffocano a casa nostra.

Paesi quelli, in cui i bisogni primari vengono garantiti a tutti. Assegni di disoccupazione o inoccupazione, casa, istruzione, sanità. E quindi le persone sono abbastanza serene, perché di sicuro non temono per la loro sussistenza. Altro che Europa Unita!

La rabbia sale ancora più prepotente pensando all’Italia ed agli italiani. Un patrimonio culturale unico, la bellezza delle nostre coste, le montagne, il buon cibo,il vino. Il genio degli italiani, la raffinatezza e la qualità del made in Italy.

Quasi tutti i nostri connazionali sparsi per il mondo, hanno avuto successo. Medio o enorme che sia. Intelligenza, furbizia, voglia di lavorare. Eppure eccoci qua, tesi e sovrappensiero quasi sempre, nel nostro quotidiano esercizio di sopravvivenza.

Tornata in Italia ho dato una letta ai giornali ed alle agenzie di stampa per vedere cosa fosse successo.  Ho letto che Dell’Utri sarebbe latitante all’estero in vista delle sentenza di martedì che potrebbe condannarlo definitivamente per concorso in associazione mafiosa anche se lui ha dichiarato che non scappa ma che si sta solo curando; ed ancora di Berlusconi che realizzerà una struttura sanitaria nella villa di Arcore per poter espletare a casa il suo affidamento ai servizi sociali; ed infine che Grillo ha accusato Renzi di aver candidato delle “veline” per le Europee. Beh, dei gran notizioni, non c’è che dire. Ho chiuso giornali e computer e mi sono messa a pensare come sarebbe bello poter tornare dall’estero nel paese che amo e che vorrei migliore.