Dedicato alle donne vittime di insensata brutalità

femminicidio«Ciao amore mio è mamma che scrive, lo so che sei piccina per leggere ciò che col cuore in mano sto scrivendo, ma un giorno tu leggerai queste parole e forse ti renderai conto quanto sei importante per me… Sai cucciola la vita è bellissima ma a volte ti mette alla prova… Come? Lo vedrai da sola perché anche per te ci sono prove in serbo. Spero solo di averti preparato bene a superarle»

 Questo lo stralcio di una lettera resa pubblica in questi giorni, che Natascia Meatta aveva scritto per la sua cucciola di due anni un paio di mesi prima di essere uccisa con un colpo di pistola dal suo ex compagno e padre della bimba. Parole che hanno preso la forma di un testamento spirituale, visto che Natascia, ventisette anni,  non potrà più essere accanto alla sua bambina, non potrà più sostenerla ed aiutarla a superarle quelle prove che la vita ti mette spesso davanti.

E non potrà più proteggere i suoi quattro bambini neppure Elena Ceste, 37 anni, scomparsa nove mesi fa e ritrovata senza vita sabato scorso, nuda in un canale di scolo, poco distante da casa. Gli inquirenti hanno iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere il marito della casalinga di Costigliole d’Asti scomparsa il 24 gennaio scorso.

Non mi piace il termine “femminicidio”. Mi infastidisce. Lo trovo riduttivo. Credo che il termine “donna”renda meglio l’idea dell’universo femminile. E dia maggiore dignità. La femmina è uno dei due generi di una specie caratterizzata da una riproduzione di tipo sessuale. La donna è invece un universo intero. Madri, sorelle, figlie, amiche, amanti, confidenti. Fragili e tenaci al tempo stesso. Forse proprio perchè potenzialmente madri, ed in quanto tali dotate di una energia illimitata necessaria a  proteggere i propri cuccioli.

Donne massacrate e gettate via come stracci vecchi dalla persone che amavano o avevano amato e di cui si fidavano. Spesso padri dei loro bambini. Uomini che avrebbero dovuto proteggerle e che invece hanno strappato loro la vita, e reso troppi bimbi orfani. Uomini? No, in questo caso “maschi”, un Uomo non farebbe mai male ad una donna. Maschi, dicevamo. Fragili, spaventati, possessivi, incapaci di accettare la fine di ua storia, incapaci di considerare la donna per quello che è, altro da se. E ancora maschi che si sentono lesi nella propria mascolinità e non possono accettare di lasciare andare quello che considerano evidentemente solo un oggetto dei propri desideri, oppure un giocattolo vecchio, non più desiderato, ma comunque di proprietà esclusiva.

Lungi da me fare un peana delle donne a prescindere, o a discapito degli uomini in genere. Senza voler generalizzare e con i dovuti distinguo, noi donne siamo spesso troppo istintive, a tratti petulanti, sovente ansiose. Ma fonti inesauribili di amore, tenerezza, dedizione. Perennemente di corsa nel tentativo di gestire tutto e tutti. Figli, lavoro, casa, famiglia. Ubique, se solo potessimo.

Il terzo millennio è ormai iniziato ma il calvario delle donne non accenna a finire. Lavoratrici discriminate, sottopagate, ricattate nel caso aspirassero alla maternità. Spose bambine vendute come oggetti senz’anima e aspirazioni spesso destinate a morire in maniera atroce per le conseguenze della “prima notte di nozze”(stupro è il termine corretto). Donne sfruttate, malmenate, stuprate, ammazzate.

Ma, sopra ad ogni altra cosa, madri che muoiono disperate nella consapevolezza di non poter più essere accanto alle proprie creature nel viaggio meraviglioso e a tratti crudele  che è la vita. Spesso per la sola colpa di aver scambiato e scelto quello che credevano e speravano poter essere un Uomo, e che invece era solo un maschio, spaventato, debole e violento.

In memoria di Giovanni Scrizzi

giovanni scrizzi

Avrebbe compiuto sessant’anni il prossimo 21 ottobre. Un compleanno che non festeggerà mai. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato sabato scorso a Cordenons, sul greto del fiume Meduna, all’interno della propria auto.

Giovanni Scrizzi doveva essere una persona particolare, a giudicare dai tanti messaggi di cordoglio giunti da più parti. Conosciutissimo ed amato nella sua Pordenone, dove dodici anni fa, con un bel bagaglio di esperienza alle spalle, aveva ideato e fondato il Caffè Letterario proprio in centro città, nel complesso dell’ex Convento di San Francesco, di proprietà del Comune di Pordenone.  Niente di elitario e distante, come potrebbe suggerire il nome, ma piuttosto un luogo di ritrovo e condivisione che ben presto era diventato un punto di riferimento in città. Esposizioni d’arte, presentazione di libri, concerti, uniti al piacere della tavola e del buon vino. Tanti i personaggi e le iniziative che si erano succedute in questi dodici anni. Era un artista, Giovanni Scrizzi. Musicista per passione, cultore dell’aromaterapia, scrittore, intrattenitore. Un personaggio insomma, uno di quelli che la vita la vive sino in fondo. Anche per questo forse, la sua fine colpisce ancora di più. Era stato escluso dalla gara d’appalto che il Comune di Pordenone aveva indetto proprio per la gestione di quel Caffè Lettarario che era la sua creatura, per una dimenticanza. La fotocopia di un documento di identità da allegare al resto della documentazione. Gli amici più cari hanno raccontato che non si dava pace per quella svista che gli era costata cara. Non immaginavano penso che gli sarebbe costata tutto. La vita. Hanno scritto che Giovanni Scrizzi sia stato ucciso dalla burocrazia. Anche certo. Io penso che la burocrazia sia semplicemente la punta di un  iceberg. No di più. Dell’era glaciale in cui viviamo, un’era nella quale si è persa la centralità dell’individuo. Il valore della vita umana. Della dignità. Del futuro. E allora forse quando capisci che quello che sei, quello che hai fatto, con amore, fatica, difficoltà, conta meno di zero, beh allora puoi arrivare a pensare che sia meglio andarsene.Per non soccombere alla logica primitiva del più forte, del più furbo, delle regole che valgono solo per taluni, mentre talaltri riescono e beffarsene, anzi a farsene scudo per sopraffare l’altro.

Il Comune di Pordenone ha fatto sapere che la procedura di gara è stata seguita in maniera ineccepibile e la mancanza del documento di identità è equiparabile, a termini di legge, all’assenza della firma, provocando l’irricevibilità dell’offerta, ed ha espresso il proprio cordoglio per la morte di Giovanni. Fanno bene a dolersene, mi sembra il minimo. Ma chissà se hanno compreso fino in fondo che Giovanni ha portato via con se e per sempre i suoi sorrisi, la musica gli aromi, i profumi, l’arte, l’amicizia.

Resta il silenzio ed il grigio. Grigio come la fotocopia di un documento di identità.

Ignazio Marino: dichiarazioni “stupefacenti”

 

ignazio marino-4Sebbene le ultime elezioni comunali di Roma, abbiano assunto una valenza più da tornata elettorale politica che amministrativa, come d’altronde è stato in tutto il territorio nazionale, credo che gli amministratori locali vadano giudicati in quanto tali ed in base al proprio operato, a prescindere dallo schieramento politico di appartenenza.

E proprio nella sua veste di primo cittadino della più bella città del mondo, (e di una delle più importanti a livello internazionale) non posso proprio più fare a meno di tirarlo in ballo, il Sig. Ignazio Marino.

Non so se i pochi cittadini che lo hanno votato (ricordiamo che quello degli astensionisti è stato il “primo partito” nelle ultime elezioni), lo abbiano fatto per premiare la persona o piuttosto lo schieramento politico, anche se qualcosa mi suggerisce la seconda ipotesi, visto che di esperienza specifica in candidato del PD ne poteva vantare veramente poca, anzi nulla.  Sia quel che sia, sarei curiosa di chiedere a ciascuno di loro se lo rivoterebbero.

Non ho mai parlato della vergognosa gestione dell’alluvione dello scorso inverno, di importanti vie di comunicazione rimaste chiuse o parzialmente chiuse per mesi. Non delle voragini che ormai spuntano in ogni dove, non della sporcizia che deturpa la nostra amata Roma. E ancora della totale mancanza di sicurezza che ormai si respira in città, dei turisti terrorizzati da scippi e borseggi, dei nugoli di delinquenti, perlopiù nomadi (e citiamola per una buona volta l’etnia di provenienza, in barba agli interessi, ai fondi, all’Opera Nomadi ed a tutto il cucuzzaro senza fare però di tutta l’erba un fascio perchè ci sono rom onesti ma tantissimi disonesti, ladri e truffatori), che presidiano le stazioni della metropolitana e non solo  chiedendo l’elemosina ma aggredendo spesso il malcapitato che rifiutasse l’obolo.

Vorrei parlare però delle ultime dichiarazioni rilasciate da Ignazio Marino alla trasmissione radiofonica “La Zanzara” relativamente alle sostanze stupefacenti.

«Io sono fortemente attirato da qualunque sostanza stupefacente ma non ne ho mai utilizzata nessuna, perché ho paura da un punto di vista medico» e ancora «Certo mi sono molto interrogato, perché quando abbiamo avuto in città i Rolling Stones, vedendo il batterista, a quasi 75 anni, suonare senza interruzione con un’energia incredibile, diventa poi difficile spiegare ai tuoi figli che non devono utilizzare sostanze». Poi in calcio d’angolo ha detto:«Insomma sono un medico… un po’ di umorismo…»

Dichiarazioni che lasciano veramente senza parole. Chissà se Ignazio Marino ha mai conosciuto famiglie che vivono questo dramma. Mai visto le lapidi di chi per la droga ci ha rimesso la pelle o ha causato la morte di qualche disgraziato che si trovava al posto sbagliato e nel momento sbagliato.  Visto i volti tumefatti di una madre che si è rifiutata di dare i soldi per le dose e si è vista massacrare di botte dal proprio figlio o figlia. Gli occhi opachi, spenti, vuoti, di chi con sostanze varie si è brucato il cervello. Conosciuto le migliaia di volontari delle tante associazioni che contro la droga lottano ogni giorno, cercando di strappare alla morte o alla non vita migliaia di persone. O debbo ipotizzare che a chi “amministra ed amminestra” faccia comodo una generazione bruciata e non pensante?

Chiunque ricopra un incarico istituzionale o abbia un ruolo pubblico non può permettersi di aprire bocca e dargli fiato coma un pincopallo qualsiasi. Ed è spaventoso che il Sindaco Marino evidentemente non se ne renda conto.

Per chiudere, un’altra chicca firmata Marino . Una bellissima delibera di Giunta, emessa a fine Luglio (quando i topi sono distratti i gatti azzannano), ha cancellato l’esenzione dal pagamento della retta dell’asilo nido per il terzo figlio. Dopo che le famiglie avevano già firmato il documento sottopostogli dallo stesso Comune di Roma, che attestava l’esistenza della suddetta esenzione.

Il prossimo passo? Io mi permetto di suggerire delle belle e dignitose dimissioni. Roma ha bisogno di essere accudita, amata e protetta. Cerchi una bella cittadina pianeggiante per riproporre il suo grande e illuminato progetto del bike-sharing. Oppure trovi il coraggio di andarlo a proporre nelle periferie dove la gente impiega anche due ore per andare al lavoro. Sarei proprio curiosa di vedere la reazione della gente.

 

Papa Francesco: pedofilia, tolleranza zero!

Papa Francesco, udienza generale del mercolediE’ entrato nel cuore di milioni di persone sin dalla sua prima apparizione a Piazza San Pietro, così, semplicemente, pronunciando poche parole con  la sua tipica inflessione latino-americana ed il tono confidenziale di chi vuole annullare le distanze, che sono bastate a far capire anzi piuttosto a far “sentire” il suo essere speciale anche e soprattutto a chi non è credente o praticante.

Papa Francesco è stata la risposta concreta al bisogno urgente delle persone. Bisogno di cambiamento, di azioni concrete, di coraggio. Bisogno di giustizia, equità, tutela dei più deboli troppo spesso destinati a soccombere in una società nella quale la politica è governata dalla finanza, e quest’ultima si sa, non conosce etica nè morale.

La sua posizione rispetto ai crimini contro l’infanzia, prima fra tutte le pedofilia, è stata chiara fin da subito. Tolleranza zero, e la ferma volontà di agire incisivamente, iniziando un cammino doloroso quanto tardivo (ma di questo non è certo lui ad essere imputabile).

Dalla creazione di una commissione antipedofilia in Vaticano nel marzo scorso, nella quale Papa Francesco ha voluto non a caso anche una vittima di abusi da parte di un sacerdote, ai recenti avvenimenti di cronaca, con l’arresto (l’accusa è di pedofilia e detenzione di materiale pedopornografico) dell’ex nunzio apostolico  Jozef Wesolowski e la rimozione (l’imputazione stavolta non è di abuso diretto, ma di aver coperto un sacerdote “amico” accusato di pedofilia, omettendo di avvisare la Santa Sede dei procedimenti in corso) del Vescovo della diocesi di Ciudad del Este (Paraguay) Rogelio Ricardo Livieres Piano, continua la coraggiosa opera di repulisti. Parte fondamentale dell’azione è l’opera di ascolto e accoglienza delle vittime, per le quali la Santa Sede sta organizzando a livello capillare dei centri appositi.

Illuminanti le parole di Hans Zollner, Presidente della Commissione per la tutela dei minori di cui parlavamo prima, il quale ha dichiarato “Da quello che stiamo vedendo, le vittime riescono a superare gli abusi se si sentono accolte ed ascoltate. La stragrande maggioranza si aspetta ascolto incondizionato, pazienza, misericordia. Cercano giustizia, soprattutto una giustizia superiore. I risarcimenti economici in genere non fanno parte delle priorità di queste persone”.

Padre Zollner ha toccato un argomento centrale. Andando oltre l’abuso subito, di qualunque genere esso sia, il problema è che in Italia la vittima non è mai totalmente vittima, così come il colpevole non lo è mai al 100%. Il giusto e lo sbagliato non sono mai netti, e troppe sfumature impediscono quasi sempre che giustizia sia fatta. E non parliamo solo delle eventuali attenuanti generiche previste dal nostro ordinamento. Ma del fatto che spesso la vittima soccombe a logiche che potremmo definire della giungla. Per le quali la posizione sociale, il potere, il danaro cambiano sostanzialmente sia il ruolo di vittima che quello di carnefice.

Senza contare che il nostro è un Paese in cui uno come Schettino, tra un invito ad una festa e l’altro, viene chiamato a tenere lezioni all’Università, mentre il comandante De Falco (l’uomo che intimò a Schettino di tornare a bordo dopo aver abbandonato la nave) viene trasferito da un ruolo operativo alle scartoffie di un ufficio. Ed è lo stesso Paese in cui un pirata della strada, ubriaco fradicio, dopo aver ammazzato quattro ragazzi ed aver scontato parte della pena (sei anni e sei mesi) in un residence vista mare a carico dello stato in quanto senza fissa dimora è stato anche contattato da un  agente pubblicitario che  ha ideato una serie di gadget firmati dall’assassino stesso, il Sig. Ahmetovic.

L’abuso subito, di qualunque genere sia,  causa la ferita, ma la mancanza giustizia ne impedisce la cicatrizzazione. E nei casi più gravi, può portare ad infezioni letali.

Speriamo che l’azione intrapresa da Papa Francesco sia di esempio a tutti coloro che dovrebbero garantire giustizia, equità sociale e pulizia morale. Di infezioni, letali e non, ne vediamo sin troppe ogni giorno.

Ciao Beppe.

Eccoci al nostro primo incontro settimanale dopo la lunga pausa estiva. Pronti, volenti o nolenti, a rituffarci nel ritmo caotico delle nostre vite. Vorrei condividere con ognuno di voi un evento personale che mi ha ricordato, con violenza, l’importanza del tempo, dell’ascolto e della condivisione, valori che auguro a me stessa ed a ognuno di noi, di non perdere mai di vista, nonostante tutto.
Te ne sei andato all’improvviso. Senza avvisare. Senza dare il tempo a nessuno di poter neanche lontanamente immaginare che potesse succedere. Quando ho ricevuto il messaggio di tua figlia proprio non potevo credere fosse vero. Eravamo stati a cena insieme per la prima volta in tanti anni appena tre giorni prima, cena che tu chissà perché proprio quest’anno avevi fortemente voluto, per il piacere di stare tutti insieme e salutarci prima della fine delle vacanze, in attesa di ritrovarci l’estate prossima, come succede ormai da quasi dieci anni. Insieme sulla nostra piccola spiaggia, la nostra “spiaggiadei bambini”, come recita la scritta sulla barchetta di legno capovolta, contornata
dalle decorazioni fatte di conchiglie e disegni che negli anni i bambini ci hanno fatto sopra, un po’ per “marcare il territorio”, un pò per rallegrarla e farle compagnia durante la nostra assenza invernale. Ricordo che durante quella cena eri caduto, la sedia si era inclinata in modo anomalo, ma tu ti eri
rialzato con l’agilità di un ragazzino ancor prima che chiunque di noi potesse offrirti un aiuto.
Quando sono arrivata in spiaggia quella mattina, immediatamente dopo aver saputo che te ne eri andato qualche ora prima,  il giorno dopo essere tornato a casa tua, a Torino,  superati gli scogli che la nascondono alla vista dal pontile, istintivamente ho posato lo sguardo proprio là, dove mettevi sempre la tua sedia da regista, quella verde, quella dalla quale controllavi sempre i bambini, tutti, non solo i tuoi nipoti, mentre facevano il bagno e li incitavi a nuotare, ad allenarsi, ad imparare il valore dello sport e della competizione, ma non quella verso gli altri, no, l’unica veramente importante, la competizione con noi stessi. Per migliorare, crescere, superare i propri limiti e fare sempre meglio, imparando quando serve a stringere i denti e a non mollare. E Dio solo sa quanto serva, in questa stramba, crudele e meravigliosa nostra vita imparare a stringerli, i denti. Poco dopo mi sono accorta che avevi lasciato un messaggio in segreteria il giorno prima, appena atterrato a Torino. Il mio cellulare evidentemente era fuori campo. Ascoltare la tua voce il giorno dopo, sapendo che te ne eri appena andato , beh, mi ha fatto davvero male, ma al tempo stesso è stato un grande regalo.Difficile trovare le parole per descriverti, ma la folla presente al tuo funerale, in un lunedì tiepido e per me surreale di inizio settembre  è stata la testimonianza più chiara del segno che hai lasciato nelle persone che ti hanno conosciuto. Mi consola sapere che hai avuto una bella vita. Mi raccontavi con passione del tuo lavoro, di quell’ attività iniziata da tuo nonno, continuata da tuo padre e infine da te. Degli anni belli e spensierati, che quelli della tua generazione hanno avuto la fortuna di vivere, chi più e chi
meno. Di una Torino in crescita, piena di immigrati giunti per lavorare in Fiat, alcuni dei quali poi diventati per te amici. Mi hai raccontato di come in molti coltivassero i pomodori nella vasca da bagno, e non perchè non tenessero all’igiene personale, ma perché era l’unico modo di mantenere un contatto con la terra dalla quale provenivano. Perché troppa era la mancanza e la paura di perdere le proprie radici. Di quando l’Italia era in crescita e lavorando onestamente si poteva costruire il futuro. E mi dicevi di quanto fossi preoccupato, tu ormai pensionato, per tutti noi che invece il futuro lo vediamo veramente a fatica. In un tempo nel quale lavorare onestamente davvero non basta. Ammesso che lo si abbia, un lavoro. Mi raccontavi delle scorribande di gioventù in motocicletta o in auto, per le quelli avevi una vera passione. Eppoi della tua passione più grande. La tua famiglia, della quale eri giustamente orgogliosissimo. Tua moglie, le tue due figlie, i generi. I tuoi quattro nipoti che ti riempivano la vita di gioia e amore.

Eri un gentiluomo, di quelli che non ce ne sono quasi più. Discreto e protettivo al tempo stesso, attento, interessato all’altro. Sul serio e non per forma o mera cortesia. Arrivavi al cuore delle persone, sicuramente al mio.Mancherai ad un sacco di persone. Alla tua famiglia innanzitutto. Agli amici.
Alla vostra vicina di casa, vedova e credo novantenne, alla quale bussavi ogni mattina per sincerarti che stesse bene e portarle il quotidiano, lo stesso al quale eravate entrambi abbonati, e che aspettava con ansia il vostro rientro dalle ferie. A tutta la mia famiglia. Mancherai a me Beppe. Ti ricorderò
sempre. Ricorderò come ci hai abbracciato forte quando ci siamo salutati. Di quanto hai voluto che i bambini si conoscessero meglio tra loro e consolidassero l’amicizia, di come hai fatto in modo che anche il rapporto tra noi adulti diventasse più profondo, e ho forte le sensazione che forse in
qualche modo tu abbia avvertito che non ci sarebbe più stato  tempo. So già dove correrà il mio sguardo nella nostra spiaggetta l’anno prossimo. Sarà dura non vederti fare le tue solite duecento bracciate al giorno un po’ di traverso, perché, come dicevi tu “un braccio tira più dell’altro”. Cercherò di tenere sempre a mente di vivere ogni giorno come fosse unico e di non gettare mai via il tempo.
E’ stato un privilegio ed un vero piacere, conoscerti.