Buon Natale.

E anche quest’anno siamo quasi a Natale. Tra mille pensieri, affanni, incombenze da sbrigare. Scadenze di lavoro che incalzano, per chi un lavoro ha la fortuna di averlo o averlo ancora. Regali ancora da comprare, facendo i salti mortali per far quadrare un bilancio che oramai da troppo tempo, per la maggior parte degli italiani, è di un sinistro colore arancione se non di rosso pieno.

E allora direte voi, che Natale sarà, con queste amene premesse? Io penso che  sarà il Natale che ognuno di noi vorrà che sia, molto semplicemente. Se davvero vorremo concentrarci sugli aspetti importanti della vita. Sugli affetti, sui figli, per chi ha l’immensa fortuna di averne,  che sono la vera e totale gioia della vita.

C’è qualcosa di veramente irreparabile a parte la morte? Non credo. Ma a volte rischia di essere irreparabile il tempo non vissuto insieme, le parole non dette, le attenzioni non prestate. Ai figli che crescono, ai genitori che invecchiano. Una recita alla quale non siamo stati presenti, una preoccupazione che non siamo riusciti a captare (magari una sciocchezza per noi, ma un problemone serio per un bimbetto di sette anni o un preadolescente con 39 di piede ma la freschezza nel cuore), quella visita dal cardiologo della quale ci siamo dimenticati di chiedere l’esito, presi dalle mille emergenze quotidiane. Il tempo trascorso non torna, mai. Si può recuperare forse, ma non QUEL tempo, non QUEL momento.

E allora il mio augurio vero e sincero per questo Natale e per tutti i giorni che verranno è questo. Di non sprecare il tempo, non perdere le occasioni, quelle che sembrano piccole magari, ma che messe tutte assieme costituiscono l’essenza della vita. Di non permettere alle angustie quotidiane, alle nostre assenze, talvolta al nostro infantile egoismo, di privarci delle gioie vere della vita. E se possibile, per quanto ci è possibile, di poter includere nelle nostra vita chi non ha nessuno, chi non ha nulla. Mario, il vedovo del secondo piano, che da quando ha perso sua moglie esce poco e non ha messo neppure una ghirlanda sulla porta, per  Natale. Francesca, quella ragazzina che va in classe con nostro figlio, ma i genitori non li vediamo quasi mai, neppure ai colloqui con i docenti o alla recita di Natale. E poi quella vecchietta che incontriamo sempre sola, con il suo carrellino per fare la spesa rigorosamente mezzo vuoto, e quel cappottino pulito ma liso, che sicuramente avrà vissuto stagioni migliori, venticinque o trent’anni fa.

E poi un pensiero. Ma non lieve, intenso. Non retorico. Ma autentico. E va a tutti coloro, bambini specialmente, che questo Natale non lo vedranno. Che non vedranno più niente. Spazzati via dalla strage degli innocenti che continua a mietere vittime. Uccisi da cosa, perchè? Non lo so. Da qualcuno e da qualcosa che è contro natura. Espressione profonda e devastante di malessere, malattia, marciume dell’anima, barbarie di questo nuovo medioevo.

Non siamo stati in grado di tutelarli. I bambini non sono proprietà del genitore, mai. Figurarsi quando malato, pazzo o delinquente. I bambini sono persone, individui con i loro diritti,  che non sono in grado di far valere da soli. Dovrebbe essere compito dello Stato, delle istituzioni, e anche nostro, di ogni essere adulto sano, vigliare sul loro benessere e sulla loro incolumità. Cerchiamo di non voltare lo sguardo, mai.

Buon Natale.

Mafia Capitale? Ma per piacere…

In principio fu Caput Mundi. Da ieri Mafia Capitale, del “Mondo di Mezzo”.

Lo spaccato che ci restituisce, seppur in forma ancora abbozzata, non nitida nei dettagli, l’indagine condotta dalla Procura di Roma guidata da un magistrato d’esperienza, coraggio e caparbietà come Giuseppe Pignatone è nefasta.

Credo sarebbe ipocrita dimostrarsi del tutto stupiti. Direi piuttosto che oggi i cittadini romani si sentano come un paziente oncologico che ben sapeva di avere un tumore,  ma credeva di tenerlo a bada, di poterci e doverci suo malgrado convivere. Ed al quale invece, tutto ad un tratto, i medici hanno trovato una moltitudine di metastasi, diffusesi in ogni dove. In gioco c’è la sopravvivenza. La vita stessa.

Non entro nel merito dell’inchiesta poichè non la conosco, non ho letto le carte, se non per i pochi stralci che sono stati pubblicati. Ho la sensazione che in tutto questo calderone, schizzato al cielo come una eruzione violenta ed improvvisa, qualche posizione sbattuta in prima pagina verrà ridimensionata, e magari usciranno nomi ancora inimmaginabili.

Ho forte però una convinzione. La mafia, o meglio le mafie non sono invincibili in sè per sè.  Come dire, se da una parte vi fosse lo Stato (inteso nel senso più alto e più nobile del termine) e dall’altra la Mafia, credo che la seconda soccomberebbe. Il  vero problema sorge da un lato per la presenza di servitori infedeli ed indegni dello Stato, e dall’altra per la presenza massiccia di cittadini omerto-mafiosi. Vili se non conniventi. Fiancheggiatori, abitanti di quel mondo, di mezzo anche stavolta, fatto di miopia ed egoismo e non rispetto dell’altro.

Chiedere un favore per aggirare un ostacolo, saltare una lista d’attesa, ottenere una assunzione o un beneficio in cambio di un voto ad esempio, è secondo me un atteggiamento mafioso tanto quanto chiedere il pizzo o estorcere denaro. Mi rendo conto che a volte ci si possa essere costretti, ma spesso e non neghiamolo, chi compie furbate varie, lo fa con una certa soddisfazione ed appagamento, per il solo fatto di sentirsi più scaltro di un altro, di essere tenuto in più alta considerazione. Di avere maggiori diritti rispetto al proprio vicino di casa.

E così, mentre il furbetto di turno torna a casa soddisfatto per qualche briciola ricevuta, il mafioso banchetta fagocitando, bulimico, il futuro di una nazione intera, delle generazioni presenti e future. Perchè di questo è farcita la torta che si spartiscono voraci. E quel corpo, invaso dalle metastasi, è il nostro. Non è altro da noi.

Quanto ai politici che ad oggi, secondo l’impianto accusatorio, risulterebbero a libro paga della organizzazione capeggiata da Carminati (chi mille, chi tremila, chi ventimila euro al mese), beh, oltre la tristezza ed il disgusto (per chi li prova), forse dovremmo porci delle domande sull’intero sistema, e sui costi della politica. Perchè ci sono persone pronte a spendere anche un milione di euro per candidarsi alle amministrative ad esempio, quando, in caso di elezione, andrebbero a percepire in cinque anni,  meno di un quarto di quanto speso tra affissioni, dibattiti pubblici, cene elettorali e spazi pubblicitari? Tutti benefattori? E poi:  da dove provengono questi fiumi di soldi? Dovranno restituirli? E se sì come?

Consentitemi un’ultima considerazione. Non ho vissuto in prima persona per motivi anagrafici gli anni di piombo. Ma so che ci sono stati uomini e donne che per un ideale hanno rischiato ed anche perso la vita. A sinistra come a destra. A torto o a ragione. E la violenza non è mai giustificabile, neanche quando esercitata per un ideale. Beh, credo che chiunque abbia davvero, intimamente,  un passato di quel tipo, non possa finire in galera per reati come quelli contestati ai signori del “mondo di Mezzo”, gente che sembra abbia lucrato anche sui pasti di bambini e ragazzi fuggiti da guerre e carestie, rifilandogli un panino scamuffo per intascare quasi intere diarie ben più sostanziose.  Oppure, se mai lo avesse avuto, vorrebbe dire che in quegli anni è morto, pur non accorgendosene.

Il silenzio che uccide

Roma, 3 dicembre 2014

Il caso del piccolo Loris, ammazzato brutalmente a otto anni, spezza il cuore. Ed in questa storia sinora sono tanti, troppi, gli aspetti che spezzano il cuore così come gli aspetti da chiarire. La morte di una creatura che abbiamo imparato a conoscere grazie a una foto che lo ritrae in tutta la sua fragilità di cucciolo in una palestra, presumibilmente prima o dopo una lezione di arti marziali. Una morte violenta, crudele, irriguardosa. Irriguardoso il luogo ed il modo in cui è stato abbandonato il corpo. Buttato via come uno straccio vecchio, un gioco rotto che non interessa più, così, in fondo a quel canalone senza neppure un briciolo di pietà nel cercare di coprirlo, quel corpo piccolo, fragile.

Spezza il cuore pur non sapendolo ancora con certezza, anche solo immaginare quello che possa essergli successo prima di morire. E fa trattenere il respiro sapere che gli inquirenti avrebbero trovato un filmato che smentirebbe le dichiarazioni della mamma, che aveva detto di avere accompagnato a scuola i suoi due figli, Loris ed il fratellino minore, quel maledetto sabato mattina. Da quel filmato infatti risulterebbe che la mamma sarebbe salita in auto solo con il bimbo più piccolo, mentre Loris sarebbe stato ripreso mentre si allontanava dall’auto, dirigendosi verso casa, prima di sparire nel nulla per poi essere ritrovato come è stato ritrovato quel pomeriggio stesso.

Credo che la speranza comune è che ci sia una spiegazione plausibile a quella che allo stato è una discrepanza grave ed inquietante, e che la mamma non abbia mentito su alcun aspetto di questa vicenda. Come pure che l’assassino venga individuato, processato e condannato all’ergastolo (anche se in Italia tra sconti, abbuoni e buffetti, di fine pena “mai” veri, ne dobbiamo ancora vedere uno). Che  non riesca in alcuna maniera a farla franca oppure a cavarsela con poco, grazie all’ennesimo vizio di forma, al mega perito o a qualche mago del foro ben inserito, destinato a vincere tutte le cause patrocinate, a prescindere dall’innocenza o dalla colpevolezza dei propri assistiti.

E poi la speranza più grande. Quella che i possibili testimoni collaborino. Feriscono le dichiarazioni del  procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia che si è dichiarato stupito per la totale mancanza di collaborazione da parte della popolazione di Santa Croce Camerina. Nessuna segnalazione infatti è giunta nè in Procura nè direttamente agli inquirenti. Chi tace non solo si rende complice ma è direttamente responsabile del declino del nostro Paese e degli orrori che quotidianamente accadono da nord a sud, isole comprese, uno dei pochi aspetti che rende l’Italia veramente unita. La Mafia, tutte le mafie, sono rese forti, se non invincibili, dalla mentalità mafiosa, più che dai mafiosi stessi. Dalla mentalità del “non vedo, non sento e non parlo”, e del “chi si fa gli affari propri campa cent’anni di più”. E se un giorno toccasse a loro, aver bisogno disperatamente della testimonianza di chi ha visto e sa? Se fosse un loro figlio, nipote, moglie o marito ad avere bisogno di aiuto?

L’omertà, a prescindere dalle considerazioni morali e quindi personali, è un atteggiamento suicida, miope e folle. Nessuno è al riparo da nulla se non vi è collaborazione e solidarietà. Nessuno è esente, nessuno al sicuro. Proprio come non lo è stato Loris.