L’indifferenza uccide come la violenza


Non è passato nemmeno un mese da quel 19 settembre. Un pomeriggio in cui Maurizio Di Francescantonio ha rischiato di morire, finendo in coma dopo essere stato massacrato di botte da tre individui, mentre si trovava nella Metropolitana di Roma in compagnia della madre, picchiata anche lei mentre tentava di difendere il figlio. La storia è difficile da dimenticare. Il terzetto che schiamazza, infastidisce, e addirittura fuma all’interno del vagone. Di Francescantonio che si permette di dire con modi cortesi che nella metropolitana non si può fumare. Poi la violenza cieca, che definire bestiale sarebbe un’offesa per il mondo animale.

Ci sono due aspetti davvero tristi, inquietanti e disarmanti al tempo stesso, in questa vicenda, e credo in qualche modo collegati tra loro. La prima riguarda noi stessi, cioè ognuna delle persone presenti su quel vagone in quel lunedì pomeriggio che ha assistito senza muovere un dito.  Persone che hanno visto  Maurizio Di Francescantonio dapprima spintonato, poi preso a calci, a pugni. Lo hanno visto cadere a terra,  riempito di botte fino a perdere i sensi, mentre la madre tentava in ogni modo di difenderlo, di parare i colpi, di frapporsi tra il figlio ed i suoi aguzzini.  E l’aggressione non è finita neppure dopo lo svenimento. I tre hanno continuato ad infierire sul corpo inerme, inerte. Facile parlare quando non si è presenti, potrebbe pensare qualcuno. Non è mica facile fare l’eroe, superare la paura.  Vero. Ma è altrettanto vero che se le persone presenti fossero intervenute in massa, probabilmente, anzi sicuramente, sarebbero stati i tre a soccombere. Come è vero che che quello che è accaduto a Maurizio potrebbe accadere ad ognuno di noi.  Anche se Maurizio avesse taciuto. Anche se non si fosse ribellato seppur educatamente alla prepotenza dei tre.  E le recenti aggressioni avvenute a Roma senza motivazione alcuna ne sono la prova.

Maurizio avrebbe potuto essere nostro figlio, genitore, parente o amico. E se così fosse stato credo che ognuno di noi avrebbe voluto, quasi preteso, l’intervento dei presenti.

Come dire, “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te. Fai agli altri ciò che gli altri vuoi facciano a te.”. Il concetto di etica della reciprocità che è diffuso in tante religioni, e che se fosse vissuto e rispettato appieno da ognuno di noi, ci consegnerebbe ,quasi magicamente, un mondo perfetto o quasi.

Il secondo aspetto raccapricciante è sapere che uno degli aggressori, Luigi Riccitiello, è uscito di prigione ed è tornato a casa agli arresti domiciliari in attesa del processo. Così ha deciso infatti il Tribunale del Riesame, secondo il quale Luigi Riccitiello  si sarebbe limitato a dare il primo spintone, infierendo quindi in maniera minore sulla vittima e addirittura  avrebbe provato a fermare l’aggressione, invitando gli amici a fuggire prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Chissà se i magistrati che hanno deciso di premiare Luigi Riccitiello per essere stato meno cattivo degli altri, lo proporranno per una qualche benemerenza? Del resto i tre, poveretti, tornavano da un rave party, e non dormivano da due giorni. Per loro stessa ammissione erano anche imbottiti di alcol e droghe. Come non essere quindi un pò su di giri, un pò nervosetti?

Ma soprattutto come stupirsi dell’indifferenza della gente nel momento in cui le istituzioni che per prime avrebbero il diritto-dovere di tutelare i cittadini, in nome di un garantismo che sconfina troppo spesso nell’impunità, vengono meno ad un loro preciso quanto fondamentale dovere? Perchè dovrebbe una persona qualunque farsi rompere le ossa per difendere un suo simile, per rischiare poi di restare più tempo in ospedale di quanto non resti l’aggressore in cella, ammesso che mai ci arrivi?

Per coscienza forse. Per istinto. Per un pò di sana follia. O anche solo perchè in grado di mettersi nei panni dell’altro come fosse se stesso.

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