Dignità, coraggio e assunzione di responsabilità: chi le ha viste?


La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali di Russia ha fatto davvero male anche a chi il calcio normalmente non lo segue. E credo abbia fatto così male perché in qualche maniera ha sbattuto in faccia per l’ennesima volta a tutti gli italiani le difficoltà in cui versano ormai da troppi anni e per di più sotto lo sguardo del mondo intero. Fallire, venire “bocciati” proprio in quello che da sempre è stato il nostro sport nazionale e motivo di vanto internazionale, ha umiliato, ferito e tolto per l’ennesima volta speranza e pensieri positivi. Le parole ma ancor di più le lacrime di Gianluigi Buffon a fine gara lo hanno spiegato bene. Lacrime di dignità ed altruismo, dettate dal dispiacere di aver in qualche modo tradito e deluso gli italiani, creato un danno a livello sociale, morale ed economico. Un grande professionista, uno dei più grandi portieri di sempre, e anche un grande uomo. Questo ha dimostrato ancora una volta di essere Buffon alla fine di una delle gare più tristi ed umilianti della sua carriera, che ha coinciso con l’addio alla nazionale prima di quello definitivo al calcio, almeno quello giocato.

Dopo quelle di Buffon ci saremmo aspettati di sentire quelle di Ventura. Ci saremmo aspettati che non si sottraesse ai microfoni ed alle proprie responsabilità. Si vince e si perde tutti insieme, ma di solito l’allenatore è quello che più di altri ci mette la faccia, nel bene e nel male, perché oltre alla tecnica ed alla tattica, un allenatore dovrebbe anche essere maestro di vita, di stile, di correttezza, di coraggio. Anche il coraggio di rassegnare le proprie dimissioni anziché attendere l’esonero, anche la differenza tra dimissioni ed esonero fosse una cifra a sei zeri.

E dopo quelle di Ventura, mai giunte, ci saremmo aspettati anche le dimissioni di Tavecchio, non pervenute neppure quelle. L’unica presa di posizione chiara, è stata quella di Renzo Ulivieri, Presidente dell’Associazione Nazionale Allenatori, che si è molto risentito, anzi diremmo proprio imbufalito con il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, “reo” di aver espresso una opinione più che legittima, di aver detto cioè che se fosse stato al posto di Tavecchio lui avrebbe rassegnato le dimissioni. Oltre ad inalberarsi giudicando inopportune le dichiarazioni di Malagò, Uliveri ha pure aggiunto di non riconoscere più Malagò come suo capo (in quanto Presidente del Coni n.d.r.).

Dignità e coraggio evidentemente sono merce rara, in tutti i campi (anche quelli di pallone o meglio nelle stanze dei bottoni).

Vedremo se e come riusciremo a ripartire. Almeno nel calcio.

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