Asili video-sorvegliati per legge. Era ora

Sono passati dieci anni ed una manciata di giorni dal blitz dei RIS nella scuola Olga Rovere di Rignano Flaminio. Dieci anni di dolore, amarezze, battaglie, speranze, delusioni, paura. Un processo che ha portato ad un nulla di fatto, pur avendo accertato tante circostanze. In barba alle perizie, agli esiti fisici, alle ferite dell’anima, alla droga ritrovata  nei capelli di alcuni di loro. Una sentenza che rende quei bambini dei piccoli veggenti,  dalle capacità divinatorie. Hanno descritto minuziosamente luoghi in cui secondo alcuni giudici non sono mai stati, oggetti che non hanno mai visto, violenze che non hanno mai subito. Particolari fisici dei loro aguzzini che non dovrebbero conoscere.  Luoghi ed oggetti e descrizioni poi ritrovati e riscontrati  dagli inquirenti. Dopo il clamore mediatico il silenzio, e quelle piccole vite che hanno provato e stanno provando a costruirsi un futuro, a rimarginare le ferite, a ritrovare la fiducia in chi avrebbe dovuto tutelare, proteggere, accudire.Chissà cosa penseranno davvero di questo mondo che li ha accolti così crudelmente ma che soprattutto non li ha tutelati?

Prima, durante e dopo il clamore ed il silenzio, le conseguenze. Le conseguenze pesanti, crudeli, incessanti, anche a tutt’oggi, dopo dieci anni,  nei confronti di chi invece quei bambini ha cercato di proteggerli, di difenderli, di far valere i loro diritti, con tutti i, pochi, mezzi a disposizione. Tranne un paio. Il cuore ed il coraggio. Senza voler entrare nei dettagli di un sistema che si difende, di un mondo parallelo ma purtroppo più che reale, sagome prive di volto che si muovono nell’ombra, vili e spregevoli, e dall’ombra impartiscono ordini, preparano tranelli, giocando forse come, ma con molta meno crudeltà può fare il gatto con il topo. Oggi più che mai capisco il vero senso di una frase che mi disse una persona nel pieno di quei fatti: “Arianna, negli anni 70 le persone scomode si uccidevano fisicamente, oggi si distruggono economicamente”.

Molti di quei tranelli hanno colpito nel segno. E la vendetta può dirsi consumata. Ma solo parzialmente. Perchè non hanno ucciso quel cuore e quel coraggio. E in barba al detto popolare che recita :” Chi si fa gli affari propri campa cent’anni….” , ci sono persone che sono pronte a campare meno ma nona   voltare lo sguardo di fronte ad una richiesta di aiuto.

Ma soprattutto la vittoria è davvero parziale perchè nonostante tutto molte cose sono cambiate dopo Rignano Flaminio. Dalle tecniche investigative alle modalità di ascolto dei minori. E tanti abusi e maltrattamenti sono stati scoperti. Tanti arresti eseguiti. Tanti processi celebrati. Con la grande pecca delle pene comminate, spesso veramente ridicole, un insulto per le vittime.

E con infinita emozione, venata ma mai offuscata dall’attesa e dalla stanchezza,  apprendo che la proposta di legge che consente l’installazione di telecamere a circuito chiuso negli asili e nelle strutture socio assistenziali per anziani, per contrastare gli abusi sulle persone più indifese è stato approvato dalla Camera dei Deputati con 279 voti a favore, 22 contrari e 69 astenuti, ed ora passa al Senato, ove vedremo se ci saranno franchi tiratori. Sinistra Italiana ha votato contro mentre il M5S si è astenuto. Mi piacerebbe conoscere i motivi. Le immagini delle telecamere a circuito chiuso, criptate, potranno essere visionate solo dal pubblico ministero o dagli agenti di polizia giudiziaria delegati. Ma c’è di più. La proposta di legge prevede anche che gli operatori socio-sanitari, gli infermieri e gli altri soggetti che operano con mansioni di assistenza diretta presso strutture sanitarie e socio-sanitarie,, nonché il personale docente e non docente degli asili nido e delle scuole dell’infanzia siano in possesso di adeguati requisiti di idoneità psico-attitudinale, sia al momento dell’assunzione, e successivamente, con cadenza periodica, anche in relazione al progressivo logoramento psico-fisico derivante dall’espletamento di mansioni che richiedono la prestazione di assistenza continuativa a soggetti in condizioni di vulnerabilità.

Esattamente quello che ho scritto e chiesto a gran voce, da anni. Dal mio blog e non solo.

Una risposta logica, necessaria, urgente, per far fronte, reprimere, ma soprattutto prevenire i troppi casi di abuso e violenza perpetrati negli anni a danno di bimbi, anziani, invalidi. Una risposta che tutela anche gli operatori virtuosi, la maggioranza, e che, nostro avviso, ha solo pro e  nessun contro. Attendiamo l’approvazione che speriamo celere, al Senato, ma soprattutto l’attuazione pratica, concreta, della stessa.

Un grazie sentito, sincero, ai relatori della Legge, Gabriella Giammanco di Forza Italia e Antonio Boccuzzi del Partito Democratico, ed a tutti coloro che si sono adoperati e si stanno adoperando per tutelare questo esercito di invisibili, troppo giovani, troppo vecchi o troppo ammalati per difendersi da soli,  e fino ad oggi dimenticati dalle Istituzioni. Un primo, importante passo, cui speriamo, ne seguiranno molti altri.

L’indifferenza uccide come la violenza

Non è passato nemmeno un mese da quel 19 settembre. Un pomeriggio in cui Maurizio Di Francescantonio ha rischiato di morire, finendo in coma dopo essere stato massacrato di botte da tre individui, mentre si trovava nella Metropolitana di Roma in compagnia della madre, picchiata anche lei mentre tentava di difendere il figlio. La storia è difficile da dimenticare. Il terzetto che schiamazza, infastidisce, e addirittura fuma all’interno del vagone. Di Francescantonio che si permette di dire con modi cortesi che nella metropolitana non si può fumare. Poi la violenza cieca, che definire bestiale sarebbe un’offesa per il mondo animale.

Ci sono due aspetti davvero tristi, inquietanti e disarmanti al tempo stesso, in questa vicenda, e credo in qualche modo collegati tra loro. La prima riguarda noi stessi, cioè ognuna delle persone presenti su quel vagone in quel lunedì pomeriggio che ha assistito senza muovere un dito.  Persone che hanno visto  Maurizio Di Francescantonio dapprima spintonato, poi preso a calci, a pugni. Lo hanno visto cadere a terra,  riempito di botte fino a perdere i sensi, mentre la madre tentava in ogni modo di difenderlo, di parare i colpi, di frapporsi tra il figlio ed i suoi aguzzini.  E l’aggressione non è finita neppure dopo lo svenimento. I tre hanno continuato ad infierire sul corpo inerme, inerte. Facile parlare quando non si è presenti, potrebbe pensare qualcuno. Non è mica facile fare l’eroe, superare la paura.  Vero. Ma è altrettanto vero che se le persone presenti fossero intervenute in massa, probabilmente, anzi sicuramente, sarebbero stati i tre a soccombere. Come è vero che che quello che è accaduto a Maurizio potrebbe accadere ad ognuno di noi.  Anche se Maurizio avesse taciuto. Anche se non si fosse ribellato seppur educatamente alla prepotenza dei tre.  E le recenti aggressioni avvenute a Roma senza motivazione alcuna ne sono la prova.

Maurizio avrebbe potuto essere nostro figlio, genitore, parente o amico. E se così fosse stato credo che ognuno di noi avrebbe voluto, quasi preteso, l’intervento dei presenti.

Come dire, “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te. Fai agli altri ciò che gli altri vuoi facciano a te.”. Il concetto di etica della reciprocità che è diffuso in tante religioni, e che se fosse vissuto e rispettato appieno da ognuno di noi, ci consegnerebbe ,quasi magicamente, un mondo perfetto o quasi.

Il secondo aspetto raccapricciante è sapere che uno degli aggressori, Luigi Riccitiello, è uscito di prigione ed è tornato a casa agli arresti domiciliari in attesa del processo. Così ha deciso infatti il Tribunale del Riesame, secondo il quale Luigi Riccitiello  si sarebbe limitato a dare il primo spintone, infierendo quindi in maniera minore sulla vittima e addirittura  avrebbe provato a fermare l’aggressione, invitando gli amici a fuggire prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Chissà se i magistrati che hanno deciso di premiare Luigi Riccitiello per essere stato meno cattivo degli altri, lo proporranno per una qualche benemerenza? Del resto i tre, poveretti, tornavano da un rave party, e non dormivano da due giorni. Per loro stessa ammissione erano anche imbottiti di alcol e droghe. Come non essere quindi un pò su di giri, un pò nervosetti?

Ma soprattutto come stupirsi dell’indifferenza della gente nel momento in cui le istituzioni che per prime avrebbero il diritto-dovere di tutelare i cittadini, in nome di un garantismo che sconfina troppo spesso nell’impunità, vengono meno ad un loro preciso quanto fondamentale dovere? Perchè dovrebbe una persona qualunque farsi rompere le ossa per difendere un suo simile, per rischiare poi di restare più tempo in ospedale di quanto non resti l’aggressore in cella, ammesso che mai ci arrivi?

Per coscienza forse. Per istinto. Per un pò di sana follia. O anche solo perchè in grado di mettersi nei panni dell’altro come fosse se stesso.

Roma 2024, una occasione mancata con una grave caduta di stile.

Amministrare Roma non è una passeggiata. Non è un segreto per nessuno, e non occorre essere un politico di lungo corso per capirlo. Lo sapeva bene il Movimento 5 Stelle, lo sapeva bene Virginia Raggi. Non sarebbe stato affatto semplice. Ci sarebbe voluto molto coraggio, infinita forza, smisurata determinazione. Nervi saldi, anzi saldissimi. L’esperienza difettava, questo i romani lo sapevano bene, ma avrebbe anche potuto essere un punto di forza, laddove inesperienza avesse voluto dire inversione di marcia netta rispetto ad un certo sistema politico marcio nel quale finanche gli amministratori più limpidi e onesti fanno fatica a non sporcarsi, sia pur di striscio o di rimando.

Abbiamo assistito alle difficoltà (per usare un eufemismo)  che Virginia Raggi ha attraversato e sta attraversando per la formazione delle giunta capitolina, ascoltato i “mea culpa” di  Di Battista (faccia pulita, esposizione chiara e appassionata, fa ben sperare) arrivati dal Movimento relativamente all’affaire Muraro ed ai pasticci dell’ultim’ora, ed atteso, come è giusto che sia. Perchè tre mesi sono pochi, perchè Roma è al centro di interessi economici enormi e tante sono le forze che si agitano quando è in corso o potrebbe essere in corso un vero cambiamento. Perchè criticare in maniera aprioristica non è costruttivo, non è corretto ma soprattutto non serve a tutelare  Roma nostra, questa meravigliosa, bellissima e affascinante Signora che dopo secoli di fasti, vittorie,  potere e dominio, e fiaccata dal tempo che passa, si è trovata avvilita e svilita da una gestione barbara (o nella migliore delle ipotesi incapace di arginare i barbari), della sua enorme, inestimabile ed unica eredità.

Abbiamo atteso dunque. E continuiamo ad attendere. Ad attendere un sindaco che abbia lo spessore, le capacità ed il coraggio di tutelare Roma, di accudirla ed onorarla. Ed impedire a chicchessia di strattonarla, maltrattarla e nuocerle per meri scopi di arricchimento personale.

Nel frattempo la bagarre che si è scatenata sulla questione Olimpiadi, non può non far sorgere molteplici interrogativi.

Da un lato sostenere la candidatura di Roma poteva essere l’occasione regina per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio volontà di cambiamento da parte della Raggi e del M5S. Roma versa in condizioni critiche. E’ diventata una città pericolosa, sporca, non manutenuta. Trasporti pubblici ed infrastrutture carenti. Le Olimpiadi (nel caso ovviamente fosse stata scelta Roma) avrebbero potuto essere una grande occasione per una remise en forme della città, per far ripartire una economia in fortissima sofferenza, attirare turisti e ridare lustro a Roma ed all’Italia.  E per la Raggi e l’M5S l’occasione di poter dimostrare che con una buona amministrazione e fondi utilizzati nel senso del bene comune, con oculatezza, trasparenza ed onestà, il cambiamento è davvero possibile.

Virginia Raggi ha detto che i romani le Olimpiadi non le vogliono, tanto da averla stravotata al ballottaggio ben sapendola contraria alla candidatura di Roma. Ma non è così. Il sindaco infatti in campagna elettorale aveva dichiarato che sulla questione Olimpiadi avrebbe indetto un referendum affinchè i cittadini potessero esprimersi in proposito. Perchè non lo ha fatto, rimangiandosi in qualche maniera la parola? Quali sono i dati economici veri che si è trovata davanti a tre mesi dall’insediamento? Quali i timori, le motivazioni che l’hanno spinta ad un no deciso?

Teniamo conto che un recente sondaggio effettuato dalla Codacons e presentato in Campidoglio vede il gradimento dei romani per l’ipotesi Olimpiadi addirittura all’85%.

Una questione comunque affrontata male, nella sostanza perchè non risponde a quelle garanzie di trasparenza promesse dalla Raggi, ma anche nella forma. Il mancato incontro del sindaco con la delegazione del Coni guidata dal Presidente Giovanni Malagò, a far anticamera per oltre mezz’ora e giustificata dallo staff della Raggi con un precedente impegno istituzionale, salvo poi vedere le foto pubblicate dal Corriere dello Sport che ritraevano il Sindaco in quegli stessi minuti a mangiare al ristorante, beh, lasciatemelo dire, è una grande caduta di stile. Uno scivolone gravissimo se fosse voluto, ancor più grave se dettato da mera leggerezza.

Il rispetto è alla base del viver civile. Ce ne è così poco in giro, che diventa veramente grave quando difetta proprio a chi dovrebbe essere d’esempio.

Scuola: anno nuovo, soliti vecchi problemi

Un nuovo anno scolastico è appena iniziato. Oltre otto milioni di studenti, dai bimbetti della materna ai ragazzi delle superiori,  hanno varcato o stanno per varcare l’ingresso dei loro istituti. Emozionati all’inizio di un nuovo ciclo di studi, oppure ostentatamente serafici, emotivi o scanzonati, alti, bassi, cuccioli o adolescenti.

L’emozione di ritrovare i vecchi compagni o conoscere i nuovi, e poi gli insegnanti, amati alla follia, o mal sopportati, a volte temuti.

Nuovi argomenti da studiare, interrogazioni, compiti in classe per i più grandi, e poi feste di compleanno, gite scolastiche, recite natalizie e di fine anno. Tante esperienze, tante emozioni, moltissime delle quali fortunatamente positive.

Ma c’è una emozione legata alla scuola che credo superi di gran lunga tutte le altre. Una emozione che si avverte più avanti negli anni, e che difficilmente gli studenti colgono proprio a causa della giovane età. Quando ci si rende conto sino in fondo del valore dell’istruzione, imprescindibile strumento di libertà, di democrazia e di realizzazione personale. Imparare ad esprimersi, ad analizzare, a pensare. Con la propria testa. E’ fondamentale, oggi come noi mai, per sopravvivere, vivere e possibilmente lasciarsi alle spalle quello che per tanti aspetti appare come un nuovo medioevo.

Abbiamo parlato spesso della condizione in cui versa l’Istruzione in Italia. E del fatto che “la buona scuola” che in molti casi per nostra fortuna è eccellente, si regga sulle spalle, sulla dedizione, la professionalità e la passione della maggioranza di chi nella scuola lavora, docenti e non. Persone che non dovremmo mai finire di ringraziare ed ammirare.

Ma c’è un aspetto che francamente, e proprio in virtù di quanto prima detto, dovrebbe destare preoccupazione, rabbia e sdegno. E cioè il fatto che la scuola pubblica contrariamente a quanto dovrebbe, ed in barba all’articolo 34 della nostra Costituzione (che se non sbaglio dovrebbe essere tuttora in vigore, Renzi permettendo…) non sia affatto gratuita, come avviene invece in tanti Paesi di quell’Unione Europea di cui dovremmo far parte.

Finita la scuola primaria, infatti, dove a parte i costi della refezione scolastica, delle assicurazioni e del materiale vario (zaino, astuccio, quaderni etc) tutto sommato ce la si cava ancora dignitosamente,   iniziano gli esborsi per la scuola media (o inferiore di prima grado che dir si voglia). Libri, dizionari, assicurazioni varie, gite scolastiche e quant’altro per un costo medio di circa sei settecento euro annui. Alle superiori poi il costo annuo per ogni studente può superare anche i duemila euro. Duemila euro per ogni figlio (e ancora c’è chi si interroga sul perchè del calo demografico).

Come? E’ presto detto: il costo dei libri varia dai trecento ai quattrocento euro, senza contare i dizionari per i quali a seconda del tipo di scuola si possono spendere tranquillamente altri trecento euro. Poi ci sono i “contributi volontari” ma a cifra fissa che le scuole sono costrette a chiedere a causa dei fondi scarni se non inesistenti, che partono da cento sino ad arrivare a quasi quattrocento euro . Poi zaini, astucci, quaderni e materiale vario. Senza contare il costo del trasporto pubblico. Perchè se quasi sempre le scuole medie si frequentano in prossimità della abitazione, per le scuole superiori il discorso cambia, e soprattutto dalla provincia sono tantissimi gli studenti che si spostano per frequentare Licei ed Istituti vari nelle città. E sempre per restare sul concreto ed entrare nello specifico, facciamo l’esempio di Roma.

Un abbonamento annuale Metrebus studenti per uno studente che abiti in provincia di Roma (zona C)  costa quattrocento euro l’anno. Lo stesso abbonamento per un adulto, probabilmente lavoratore, ne costa quattrocentottanta. C’è evidentemente qualcosa che non torna.

Sarà mica che la cultura e l’istruzione mettano pensiero a qualcuno? Sarà mica che un popolo di ignoranti (nel senso puro del termine) giovi a chi, invece di gestire la cosa pubblica nel senso del bene comune, lo faccia nel senso dell’interesse proprio?

Buon anno scolastico ragazzi, cercate di sfruttare al meglio quella grande, unica opportunità che lo studio vi da. Affinchè possiate divenire adulti liberi e consapevoli.

Si chiude l’anno scolastico, un grazie di cuore agli insegnanti

Un altro anno scolastico sta per concludersi, proprio come questo campionato di calcio.

E a ben pensarci molte sono le analogie tra una squadra di calcio ed una classe scolastica. Tra il ruolo di allenatore e quello di docente, tra il calciatore e lo studente.

L’allenatore cerca di trasmettere tutto il suo sapere al giocatore, esaltandone le specificità personali. Non solo tecnica, ma visione di gioco. Imparare a pensare, a prevedere, ad inventare. Imparare a confrontarsi con la stampa, con i tifosi, con la vita da professionista. Ed esattamente come il buon insegnante, l’insegnante di razza, appassionato e partecipe, anche l’allenatore regala molto di se, forse tutto, ben sapendo che proprio come lo studente alla fine di un ciclo di studi, anche il giocatore probabilmente prima o poi cambierà casacca, per scelta sua o della società.

E come l’insegnante ha il sacrosanto diritto-dovere di collaborazione con le famiglie, anche l’allenatore per rendere al massimo ha bisogno di una società forte e presente alle spalle.

Così come il maestro o il professore, che hanno visto quel bimbetto diventare ragazzino e poi ragazzo, che hanno imparato a conoscerlo nei difetti e nelle qualità, nei punti di forza o nelle debolezze, sostenendo, pungolando, insegnando a pensare, a reagire, a studiare per progredire. E prendere il volo verso la fase successiva.

C’è molta generosità in tutto questo. Credo ci sia molta generosità in chiunque abbia voglia di insegnare, qualunque cosa insegni ed a chiunque la insegni.

Come credo che non ci sia nulla che valga di più per l’insegnante-allenatore, della consapevolezza  di aver fatto un buon lavoro, di aver trasferito il proprio sapere, di aver insegnato a camminare, a correre con le proprie gambe.

Il giocatore-studente dal canto suo forse riuscirà ad apprezzare sino in fondo gli insegnamenti, ed a farne tesoro, con il tempo e le esperienze di vita.

Certo è che un vero insegnante, come un vero allenatore, non potranno non restare nel cuore e nella mente dei loro studenti-giocatori. Ed in ogni azione di gioco, in ogni compito in classe o interrogazione o esame cui la vita continuamente sottopone, a ben guardare e anche a distanza di anni, beh, ancora si potranno riconoscere le mani e le menti di coloro che hanno contribuito alla formazione dello studente-giocatore.

Peccato che tra tutte queste analogie non possa citarsi anche quella relativa al compenso economico, penserà qualche insegnante, ed io per prima. L’insegnamento è la professione sulla quale si basa la sopravvivenza e l’evoluzione della società, un lavoro-missione che implica l’assunzione di responsabilità più grande. Insegnare l’autonomia, regalare la libertà.

Sarebbe bello riservare a tutti gli insegnanti veri e appassionati del mondo un immenso e possente coro da stadio, e ringraziarli pubblicamente con uno striscione che copra una curva intera.

Io idealmente, lo faccio da qui.

Pedofilia, le parole non bastano

5 Maggio 2016

Il caso della povera Fortuna ha riacceso prepotentemente le luci sull’abominio della pedofilia, un fenomeno talmente orrendo ed inaccettabile che l’uomo comune cerca per istinto di sopravvivenza di dimenticare, relegare in un angolo della mente, e convincersi che comunque è una realtà lontana dal proprio contesto, un pericolo che non può minacciare gli affetti più cari.

Sbagliato. Sbagliatissimo. I numeri sono allucinanti. E non bisogna mai dimenticare che pedofilia e pedopornografia costituiscono il secondo giro d’affari a livello planetario (parimerito con quello della droga) dopo il traffico d’armi. Senza voler fare in alcun modo terrorismo psicologico, è necessario attrezzarsi e soprattutto informarsi. Tutelare i propri bambini, imparare ad ascoltare, prestare loro attenzione. Ma questo ovviamente non basta.

In occasione della giornata mondiale per lotta alla pedofilia e pedopornografia, il Presidente Mattarella ha ribadito la necessità di tutelare l’infanzia e l’adolescenza dallo sfruttamento sessuale, individuando nell’omertà degli adulti una delle cause di questo fenomeno :”Troppo spesso  i minori sono vittime di abusi. Lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, il turismo sessuale, la pornografia, l’adescamento, anche on line, costituiscono degenerazioni della nostra società. Si tratta di piaghe da eradicare con fermezza perché contrarie al senso di umanità, che richiede al più forte di rispettare e proteggere chi non può difendersi”.

Giusto, sacrosanto. Ma purtroppo ad oggi, la pedofilia nel nostro Paese si è combattuta e si combatte, almeno a livello politico ed istituzionale, solo a parole.

Quante volte abbiamo parlato della necessità di istituire una procura nazionale antipedofilia? Quella antimafia si occupa tra l’altro di traffico internazionale di armi e di droga, le altre due voci in cima alla classifica delle attività illecite più redditizie. La pedofilia viene affrontata in maniera disomogenea a con mezzi ridicoli. I risultati positivi si raggiungono quasi sempre grazie alla caparbietà ed alla bravura degli inquirenti, uniti ad una buona dose di fortuna.

Quante volte è stata ribadita la assoluta necessità di fissare un protocollo di ascolto del minore, chiaro, certo, condiviso, che impedisca agli imputati più facoltosi e potenti di assoldare principi del foro che tra un vizio di forma e l’altro riescono ad invalidare la testimonianza del minore, e far assolvere il proprio (o i propri) assistiti?

Quando si inaspriranno le pene, rendendo il pedofilo inoffensivo nell’unica maniera legale possibile e cioè condannandolo al carcere a vita? E quando gli omertosi e conniventi verranno processati e condannati con pene severe e certe?

Ed ancora: quando si deciderà di formare seriamente gli insegnanti, soprattutto quelli di scuola materna e primaria, fornendo loro gli strumenti necessari a poter precocemente cogliere segni di abuso o disagio tra i loro alunni?

Quando si arriverà alla illuminata soluzione di installare telecamere nelle scuole ed in tutti i luoghi frequentati da soggetti deboli, badando bene ovviamente a dare la gestione delle telecamere a circuito chiuso a soggetti terzi ed esterni alle strutture?

Quando, visto che ormai le banche debbono comunicare alla Agenzia delle Entrate ogni movimento di ogni stramaledetto conto corrente, si useranno le stesse misure anche per individuare i cospicui movimenti di denaro e le transazioni con carta di credito dello “shopping” pedofilo on-line, dei viaggi e delle spesse, specie se ripetute con frequenza nei tristemente noti Paesi del turismo sessuale pedofilo?

Quando le parole lasceranno spazio ai fatti? E perchè ad oggi non si è fatto assolutamente nulla? Manca la volontà politica, questo è ormai purtroppo evidente. Chiediamoci perchè.

Tanti quando, troppi quando. Ognuno di essi rappresenta migliaia di creature abusate, sfruttate, e uccise, fisicamente o nell’anima, in ogni parte del mondo.

Tutto il resto, restano solo una sequela di belle, quanto inutili, strumentali e beffarde parole.

Violenze sui bambini, orrore senza fine

30 Aprile 2016

Oggi andiamo all’inferno. Un viaggio di andata e ritorno in un mondo parallelo, nascosto ma non per questo meno concreto, reale.

Parco Verde di Caivano, estrema periferia di Napoli . 28 Aprile 2013. Antonio Giglio, un bimbetto di tre anni vola giù da uno di quei palazzoni che solo a guardarli trasudano miseria e degrado. Un volo di decine di metri, fatale. Si pensa ad un incidente, una disattenzione dei genitori. Una tragica fatalità. Antonio indossa solo una scarpina, la sinistra. Introvabile l’altra.

24 Giugno 2014. Appena un anno dopo la morte di Antonio. Sempre a Caivano, sempre dallo stesso maledetto palazzone, e sempre dopo un volo di decine di metri, stavolta ad agonizzare sull’asfalto è la piccola Fortuna Loffredo. Un nome che adesso suona come una beffa e una massa di capelli biondi ad incorniciare gli occhioni nocciola. La bimba viene soccorsa da un vicino che la trasporta in ospedale senza neppure aspettare l’arrivo della mamma, che avvisata dell’accaduto, si stava precipitando dalle scale per arrivare in cortile. E come per Antonio, anche la scarpa destra di Fortuna manca all’appello.

Gli inquienti capiscono subito che difficilmente poteva trattarsi di due incidenti. Troppe le sinistre similitudini. Anche la mamma di Fortuna dice che i responsabili andavano cercati in quel palazzone. Chi aveva visto e taciuto e chi aveva materialmente scaraventato la sua bambina dall’ottavo piano.

Partono le indagini. Interrogatori, intercettazioni. Ventiquattro lunghissimi mesi durante i quali gli inquirenti si sono trovati di fronte ad un muro di gomma. Non vedo, non sento e non parlo. Silenzio. Omertà. Sulla pelle di due creature probabilmente morte ammazzate.Sulla pelle di chi forse subirà la stessa fine.

Ma gli investigatori non mollano. Nel frattempo dei bambini vengono allontanati dalle loro famiglie per sospetti abusi e maltrattamenti. Affidati ai servizi sociali e seguiti da psicologi e psicoterapeuti.

Tra di essi Francesca (nome di fantasia), amichetta del cuore di Fortuna e sorella di Antonio. Appena messa in condizione di parlare Francesca trova il coraggio di raccontare tutto. Nonostante sappia bene che le sue parole le porteranno via per sempre la mamma, l’unico esempio di madre che abbia mai avuto. Quello che per lei ha sempre rappresentato la normalità. Racconta delle violenze sessuali subite dal compagno della mamma. E racconta di Fortuna, che lei chiamava “Chicca”.

Chicca era andata a casa sua per giocare, e lei (all’epoca nove anni) stava lavando il pavimento. “Aspetta che finisco di pulire e poi andiamo a giocare” le aveva detto. Allora Fortuna aveva deciso nel frattempo di fare un salto a casa sua, al piano di sotto, per cambiare le scarpe, che le facevano male. Seguita subito dopo da Raimondo. Poco dopo le grida. Raimondo che abusava di Fortuna e lei che cercava di difendersi a calci. Francesca (nome di fantasia) ha visto tutto, prima di essere trascinata a casa dalla mamma, anch’essa presente alla scena. Poi ancora grida, e il volo mortale. Lo stesso volo che il suo fratellino aveva fatto un anno prima.

Venerdì scorso Raimondo Caputo, 43 anni è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Chicca, così chiamavano Fortuna i suoi amichetti. Caputo era già in carcere dallo scorso novembre per violenza sessuale sull’altra sorellina di Antonio e Francesca. Anche la mamma di Antonio e Francesca era già stata arrestata, ai domiciliari però, per aver permesso al compagno di abusare dei suoi bambini.

Fin qui il viaggio di andata. Cala il sipario su Fortuna e Antonio, che riposano al cimitero. Pochi e infami gli anni vissuti. Cala il sipario sui bambini che continueranno a subire abusi e violenze tra l’indifferenza di adulti che non è possibile definire umani.

E quello di ritorno?

Con un pò di fortuna, e ammesso che nel giro di pedofilia di Caivano non sia implicato qualcuno che conta, gli assassini di Fortuna e Antonio sconteranno qualche anno di carcere. Chi ha visto e taciuto, resterà impunito a casetta propria, mentre meriterebbe di finire in galera, colpevole tanto quanto l’esecutore materiale.

Matteo Salvini ha invocato la castrazione chimica ed i lavori forzati a vita. Ma la castrazione chimica serve a ben poco, perchè la pedofilia è nella testa. E l’ergastolo in Italia lo scontano davvero in pochi.

E allora mi chiedo: se in Italia è possibile abbattere un animale che sia socialmente pericoloso (e lungi da me l’idea di voler anche solo lontanamente paragonare un animale feroce ad un pedofilo, perchè sarebbe un’ offesa per l’animale), perchè non prevedere l’eliminazione fisica di questa categoria di sub-umani, i pedofili appunto? Il pedofilo non si redime, ma reitera, è un predatore insaziabile, si nutre delle proprie prede, del sangue delle creature di cui abusa e deve continuare ad abusare per sopravvivere. Esattamente come il tossicodipendente si serve degli “spacciatori” di fiducia e di quelli occasionali, esseri che trattano i bambini esattamente come una merce, e che hanno tutto l’interesse a proteggere il cliente a volte anche molto facoltoso e potente. Senza una rete di omertà e connivenza il pedofilo avrebbe certamente vita breve. Ma abbiamo imparato che purtroppo così non è. E allora dobbiamo chiederci se la vita di Fortuna, quella di Antonio e dei bimbi che verranno dopo di loro valga meno di quella dei loro assassini.