Pedofilia, le parole non bastano

5 Maggio 2016

Il caso della povera Fortuna ha riacceso prepotentemente le luci sull’abominio della pedofilia, un fenomeno talmente orrendo ed inaccettabile che l’uomo comune cerca per istinto di sopravvivenza di dimenticare, relegare in un angolo della mente, e convincersi che comunque è una realtà lontana dal proprio contesto, un pericolo che non può minacciare gli affetti più cari.

Sbagliato. Sbagliatissimo. I numeri sono allucinanti. E non bisogna mai dimenticare che pedofilia e pedopornografia costituiscono il secondo giro d’affari a livello planetario (parimerito con quello della droga) dopo il traffico d’armi. Senza voler fare in alcun modo terrorismo psicologico, è necessario attrezzarsi e soprattutto informarsi. Tutelare i propri bambini, imparare ad ascoltare, prestare loro attenzione. Ma questo ovviamente non basta.

In occasione della giornata mondiale per lotta alla pedofilia e pedopornografia, il Presidente Mattarella ha ribadito la necessità di tutelare l’infanzia e l’adolescenza dallo sfruttamento sessuale, individuando nell’omertà degli adulti una delle cause di questo fenomeno :”Troppo spesso  i minori sono vittime di abusi. Lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, il turismo sessuale, la pornografia, l’adescamento, anche on line, costituiscono degenerazioni della nostra società. Si tratta di piaghe da eradicare con fermezza perché contrarie al senso di umanità, che richiede al più forte di rispettare e proteggere chi non può difendersi”.

Giusto, sacrosanto. Ma purtroppo ad oggi, la pedofilia nel nostro Paese si è combattuta e si combatte, almeno a livello politico ed istituzionale, solo a parole.

Quante volte abbiamo parlato della necessità di istituire una procura nazionale antipedofilia? Quella antimafia si occupa tra l’altro di traffico internazionale di armi e di droga, le altre due voci in cima alla classifica delle attività illecite più redditizie. La pedofilia viene affrontata in maniera disomogenea a con mezzi ridicoli. I risultati positivi si raggiungono quasi sempre grazie alla caparbietà ed alla bravura degli inquirenti, uniti ad una buona dose di fortuna.

Quante volte è stata ribadita la assoluta necessità di fissare un protocollo di ascolto del minore, chiaro, certo, condiviso, che impedisca agli imputati più facoltosi e potenti di assoldare principi del foro che tra un vizio di forma e l’altro riescono ad invalidare la testimonianza del minore, e far assolvere il proprio (o i propri) assistiti?

Quando si inaspriranno le pene, rendendo il pedofilo inoffensivo nell’unica maniera legale possibile e cioè condannandolo al carcere a vita? E quando gli omertosi e conniventi verranno processati e condannati con pene severe e certe?

Ed ancora: quando si deciderà di formare seriamente gli insegnanti, soprattutto quelli di scuola materna e primaria, fornendo loro gli strumenti necessari a poter precocemente cogliere segni di abuso o disagio tra i loro alunni?

Quando si arriverà alla illuminata soluzione di installare telecamere nelle scuole ed in tutti i luoghi frequentati da soggetti deboli, badando bene ovviamente a dare la gestione delle telecamere a circuito chiuso a soggetti terzi ed esterni alle strutture?

Quando, visto che ormai le banche debbono comunicare alla Agenzia delle Entrate ogni movimento di ogni stramaledetto conto corrente, si useranno le stesse misure anche per individuare i cospicui movimenti di denaro e le transazioni con carta di credito dello “shopping” pedofilo on-line, dei viaggi e delle spesse, specie se ripetute con frequenza nei tristemente noti Paesi del turismo sessuale pedofilo?

Quando le parole lasceranno spazio ai fatti? E perchè ad oggi non si è fatto assolutamente nulla? Manca la volontà politica, questo è ormai purtroppo evidente. Chiediamoci perchè.

Tanti quando, troppi quando. Ognuno di essi rappresenta migliaia di creature abusate, sfruttate, e uccise, fisicamente o nell’anima, in ogni parte del mondo.

Tutto il resto, restano solo una sequela di belle, quanto inutili, strumentali e beffarde parole.

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Violenze sui bambini, orrore senza fine

30 Aprile 2016

Oggi andiamo all’inferno. Un viaggio di andata e ritorno in un mondo parallelo, nascosto ma non per questo meno concreto, reale.

Parco Verde di Caivano, estrema periferia di Napoli . 28 Aprile 2013. Antonio Giglio, un bimbetto di tre anni vola giù da uno di quei palazzoni che solo a guardarli trasudano miseria e degrado. Un volo di decine di metri, fatale. Si pensa ad un incidente, una disattenzione dei genitori. Una tragica fatalità. Antonio indossa solo una scarpina, la sinistra. Introvabile l’altra.

24 Giugno 2014. Appena un anno dopo la morte di Antonio. Sempre a Caivano, sempre dallo stesso maledetto palazzone, e sempre dopo un volo di decine di metri, stavolta ad agonizzare sull’asfalto è la piccola Fortuna Loffredo. Un nome che adesso suona come una beffa e una massa di capelli biondi ad incorniciare gli occhioni nocciola. La bimba viene soccorsa da un vicino che la trasporta in ospedale senza neppure aspettare l’arrivo della mamma, che avvisata dell’accaduto, si stava precipitando dalle scale per arrivare in cortile. E come per Antonio, anche la scarpa destra di Fortuna manca all’appello.

Gli inquienti capiscono subito che difficilmente poteva trattarsi di due incidenti. Troppe le sinistre similitudini. Anche la mamma di Fortuna dice che i responsabili andavano cercati in quel palazzone. Chi aveva visto e taciuto e chi aveva materialmente scaraventato la sua bambina dall’ottavo piano.

Partono le indagini. Interrogatori, intercettazioni. Ventiquattro lunghissimi mesi durante i quali gli inquirenti si sono trovati di fronte ad un muro di gomma. Non vedo, non sento e non parlo. Silenzio. Omertà. Sulla pelle di due creature probabilmente morte ammazzate.Sulla pelle di chi forse subirà la stessa fine.

Ma gli investigatori non mollano. Nel frattempo dei bambini vengono allontanati dalle loro famiglie per sospetti abusi e maltrattamenti. Affidati ai servizi sociali e seguiti da psicologi e psicoterapeuti.

Tra di essi Francesca (nome di fantasia), amichetta del cuore di Fortuna e sorella di Antonio. Appena messa in condizione di parlare Francesca trova il coraggio di raccontare tutto. Nonostante sappia bene che le sue parole le porteranno via per sempre la mamma, l’unico esempio di madre che abbia mai avuto. Quello che per lei ha sempre rappresentato la normalità. Racconta delle violenze sessuali subite dal compagno della mamma. E racconta di Fortuna, che lei chiamava “Chicca”.

Chicca era andata a casa sua per giocare, e lei (all’epoca nove anni) stava lavando il pavimento. “Aspetta che finisco di pulire e poi andiamo a giocare” le aveva detto. Allora Fortuna aveva deciso nel frattempo di fare un salto a casa sua, al piano di sotto, per cambiare le scarpe, che le facevano male. Seguita subito dopo da Raimondo. Poco dopo le grida. Raimondo che abusava di Fortuna e lei che cercava di difendersi a calci. Francesca (nome di fantasia) ha visto tutto, prima di essere trascinata a casa dalla mamma, anch’essa presente alla scena. Poi ancora grida, e il volo mortale. Lo stesso volo che il suo fratellino aveva fatto un anno prima.

Venerdì scorso Raimondo Caputo, 43 anni è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Chicca, così chiamavano Fortuna i suoi amichetti. Caputo era già in carcere dallo scorso novembre per violenza sessuale sull’altra sorellina di Antonio e Francesca. Anche la mamma di Antonio e Francesca era già stata arrestata, ai domiciliari però, per aver permesso al compagno di abusare dei suoi bambini.

Fin qui il viaggio di andata. Cala il sipario su Fortuna e Antonio, che riposano al cimitero. Pochi e infami gli anni vissuti. Cala il sipario sui bambini che continueranno a subire abusi e violenze tra l’indifferenza di adulti che non è possibile definire umani.

E quello di ritorno?

Con un pò di fortuna, e ammesso che nel giro di pedofilia di Caivano non sia implicato qualcuno che conta, gli assassini di Fortuna e Antonio sconteranno qualche anno di carcere. Chi ha visto e taciuto, resterà impunito a casetta propria, mentre meriterebbe di finire in galera, colpevole tanto quanto l’esecutore materiale.

Matteo Salvini ha invocato la castrazione chimica ed i lavori forzati a vita. Ma la castrazione chimica serve a ben poco, perchè la pedofilia è nella testa. E l’ergastolo in Italia lo scontano davvero in pochi.

E allora mi chiedo: se in Italia è possibile abbattere un animale che sia socialmente pericoloso (e lungi da me l’idea di voler anche solo lontanamente paragonare un animale feroce ad un pedofilo, perchè sarebbe un’ offesa per l’animale), perchè non prevedere l’eliminazione fisica di questa categoria di sub-umani, i pedofili appunto? Il pedofilo non si redime, ma reitera, è un predatore insaziabile, si nutre delle proprie prede, del sangue delle creature di cui abusa e deve continuare ad abusare per sopravvivere. Esattamente come il tossicodipendente si serve degli “spacciatori” di fiducia e di quelli occasionali, esseri che trattano i bambini esattamente come una merce, e che hanno tutto l’interesse a proteggere il cliente a volte anche molto facoltoso e potente. Senza una rete di omertà e connivenza il pedofilo avrebbe certamente vita breve. Ma abbiamo imparato che purtroppo così non è. E allora dobbiamo chiederci se la vita di Fortuna, quella di Antonio e dei bimbi che verranno dopo di loro valga meno di quella dei loro assassini.

Su quel piroscafo ci siamo noi…..

23 Aprile 2016

 

Il mancato raggiungimento del quorum per il referendum del 17 aprile non ha sorpreso nessuno. Proprio nessuno.E riconferma per l’ennesima volta la disaffezione degli italiani nei confronti della politica. Disaffezione, disincanto, delusione, nausea.

Anzi, a ben pensare forse quel 32% di votanti si è raggiunto anche grazie alle sconcertanti parole del Presidente del Consiglio che ha invitato i cittadini all’astensionismo (fatto che ricordiamo costituisce reato ed è punibile con la reclusione fino a tre anni), che hanno esattamente ottenuto l’effetto contrario.

La sensazione è, che si voti o meno, ed a prescindere da chi salga al governo, che la qualità della vita dei cittadini non cambi. In parte perché ormai di sovranità nazionale si può parlare veramente ben poco, soffocati dai lacci e laccioli di una Europa che sul nostro Paese si ripercuote solo in senso negativo. In parte perché il cambiamento di rotta auspicato dopo la caduta della Prima Repubblica ai tempi di mani pulite, non è mai realmente avvenuto. Anzi.

Pierluigi Davigo, neo eletto Presidente della Associazione Nazionale Magistrati ha recentemente detto, scatenando un vespaio di polemiche :”La classe dirigente di questo Paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi. C’è stato un decadimento qualitativo della classe dirigente politica, basta osservare la sintassi del dibattito politico. Il problema è che la classe politica che c’era allora non ha pensato alla successione”.

Difficile dargli torto. Nel momento in cui la finanza domina la politica, e gli interessi economici prevalgono sulla centralità dell’individuo, inizia un nuovo medioevo.

Reso se possibile ancor più odioso e deprimente dalla mediocrità dei furbetti del quartierino di turno, che si affannano ad arraffare tutto ciò che possono, peggio del più becero ladro di galline.

Certo è che la risposta non è non andare a votare. Votare è un diritto-dovere. Sognando un futuro si spera non troppo lontano in cui le persone votino il candidato che reputano migliore per il bene comune e non per il proprio.Per ottenere un postarello di lavoro o poter commettere, impuniti, un abuso edilizio da mille “euri”. Ed il candidato si proponga per fare del proprio Paese un posto migliore in cui vivere (e non per arraffare, sgraffignare, arricchirsi ed esercitare un potere fine s se stesso).

Come dire: se e quando diventeremo un popolo, abbandonando la miope mentalità del “mi manda Picone” e “ a un palmo dal c…. mio fate ciò che più vi aggrada”, il giorno in cui diventeremo persone civili, rispettose del prossimo, responsabili, corrette e leali, beh, allora forse quel giorno voteremo candidati preparati, corretti, responsabili, leali, di spessore, rispettosi del prossimo. E diventeremo un Paese nel quale la libertà dell’uno finisce esattamente dove comincia quella dell’altro. Nel quale il concetto di meritocrazia non sia solo un sostantivo destituito di ogni significato. E non sia impossibile immaginare il futuro.Ci accorgeremo allora che, piano piano, il nostro Paese sarà diventato un posto migliore in cui vivere e far vivere chi verrà dopo di noi.

Diceva Pietro Calamandrei nel 1955 nel suo “Discorso sulla Costituzione”, che vi invito a leggere:

”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, d quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica.”

Beh, su quel piroscafo ci siamo noi.

Violenze sui bambini, orrore senza fine

18 Marzo 2016

Quando finirà l’orrore? Quante altre immagini di bambini maltrattati, picchiati, insultati, chiusi al buio da soli in una stanza, per terra, rannicchiati e piangenti? Quanti disabili legati al letto, sporchi, denutriti, schiaffeggiati? Quanti anziani insultati, offesi, strattonati, malmenati?

L’ultimo notizia in ordine di tempo è di questa settimana. Toscana, Grosseto. La struttura è un asilo nido dal nome accattivante, rassicurante: l’Albero Azzurro. Azzurro come il cielo, come il principe delle favole, azzurro come il mare.

Le indagini partono circa un anno fa a seguito sembra di una segnalazione effettuata da due ex dipendenti della struttura.

Il triste iter parte anche stavolta. Installazione di telecamere nascoste e mesi di indagini silenziose e pazienti, per essere certi di raccogliere prove sufficienti. Non deve essere piacevole assistere, seppur in remoto, ad atti di violenza e maltrattamenti su chicchessia, figuriamoci su bimbi così piccoli.

La svolta la settimana scorsa appunto, con l’ emissione di tre provvedimenti cautelari (arresti domiciliari, non carcere chiariamo) nei confronti di due educatrici della struttura (una delle quali ne è anche la proprietaria) e di una cuoca della mensa.

Schiaffi, forzature nell’imboccamento, strattonate, momenti d’isolamento. Questo sembrerebbe sia emerso dall’attività investigativa. Sembrerebbe. Il condizionale è d’obbligo, lo sappiamo bene. Ed ogni indagato è innocente fino al terzo grado di giudizio. Diceva S. Tommaso, se non vedo non credo, e vedere con i propri occhi è tutt’altra cosa. Alcune immagini lasciano davvero poco spazio ai dubbi. Nulla all’immaginazione. E allora?

Allora secondo logica e buon senso, se le telecamere risultano risolutive a posteriori, potrebbero stroncare sul nascere le violenze prevenendole. Basterebbe veramente poco. Telecamere nelle scuole ed in tutte le strutture pubbliche e non, residenziali e non, dove vengano ospitati a vario titolo i soggetti più deboli. Bambini, anziani, ammalati, diversamente abili. Sono anni che lo ripetiamo.

Proposte di legge in questo senso giacciono inascoltate da  anni. La prima che ci viene in mente è addirittura del  2013. E recentemente l’onorevole Giammanco (FI) è tornata alla carica, ripresentando una proposta in materia di videosorveglianza nelle scuole e nelle strutture socio-sanitarie sia pubbliche che private. Che sia la volta giusta? Finora è innegabile che non ci sia stata la volontà politica di intervenire. Nella migliore delle ipotesi non si può non pensare che la sicurezza delle categorie deboli evidentemente non sia una priorità.

Se per qualche strano della vita, la proposta divenisse legge, occhio al capitolo che riguarda la gestione dei filmati del circuito chiuso. In una proposta del novembre 2014 infatti, il punto 2 dell’articolo 1 citava:” . L’attività di gestione del sistema di videosorveglianza di cui al comma 1 deve essere affidata esclusivamente a personale appartenente alla struttura interessata e, in caso di strutture pubbliche, anche da personale dell’amministrazione comunale.”

Come dire, nel caso di Grosseto oppure della scuola Cip e Ciop di Pistoia, che le immagini sarebbero state custodite da parte delle stesse indagate (Albero Azzurro) o condannate (Cip o Ciop). Sarebbe ridicolo, non credete?

Morte Varani, l’orrore della porta accanto.

Il sentimento che predomina, subito dopo il ribrezzo e lo schifo, man mano che escono nuovi folli dettagli sull’omicidio di Luca Varani, è la paura. Paura e sbigottimento di fronte ad una crudeltà densa, alla violenza cieca, legate alla assoluta mancanza di motivazioni.  Luca è stato seviziato, torturato ed ucciso, a ventitrè anni,  senza un perchè. Non c’era malanimo nei suoi confronti. E’ stato semplicemente il primo a rispondere ai messaggi inviati ad oltre venti persone, in quelle ore.

Venire ammazzato, torturato, seviziato, senza un perchè. La totale mancanza di rispetto per la vita umana, che evidentemente per qualcuno (o per molti verrebbe da temere), non è più un valore.

Ascoltare una persona che racconta di aver avuto voglia di uccidere, e di aver ucciso, qualcuno a caso, il primo che fosse caduto nel tranello, “solo per vedere che effetto faceva”, è una delle affermazioni più spaventose che abbia avuto modo di ascoltare, o meglio di leggere.

Ma allo stesso tempo temo che debba rappresentare un campanello d’allarme per ognuno di noi. Sicuramente un motivo di riflessione.

Viviamo un’epoca virtuale. Le amicizie sono spesso virtuali, le relazioni amorose a volte. I giochi. La finanza soprattutto, disgiunta ormai in maniera quasi irreversibile dalla economia reale. Dalla produzione, dal lavoro, dal guadagno concreto, tangibile.

Anche il futuro è virtuale, nel senso che, contrariamente a quanto avvenuto per millenni e millenni a alla nostra dicotomica razza umana, viviamo un tempo il cui il futuro è chimera, la progettualità impraticabile, la meritocrazia un concetto destituito di ogni significato.

E forse qualcuno, e c’è da temere più di qualcuno, può venire risucchiato in questo freddo e desolato vuoto pneumatico, fatto del qui e dell’adesso, senza un passato, senza un futuro, senza un perchè. E nella desolazione e nel malessere, nel vivere una vita virtuale, spingersi oltre ogni confine, oltre la più malsana immaginazione.

Dai racconti fatti dai  protagonisti, ma anche da chi frequentava lo stesso giro, emergono realtà che lasciano sgomenti . Festini che si protraevano per giorni interi, tre quattro, cinque. Un tempo nel quale non esiste giorno e neppure notte, non esiste cibo nè sonno. Ma solo droga, e ancora droga, alcol, sesso promiscuo, tra chi afferma di essere etero pur avendo rapporti omosessuali e chi giura di non vendersi pur facendosi pagare. Cosa c’entra il sesso, dove è il piacere, dove il divertimento in una situazione del genere? Mi viene in mente piuttosto una corsa folle alla ricerca di un confine, di un limite. O del non ritorno. Quel limite che in realtà dovrebbe essere, in maniera sana, dentro ognuno di noi. E se è vero che prima di adescare Luca, Prato e Foffo erano andati a cercare la vittima a caso, per strada, ognuno di noi avrebbe potuto trovarsi al posto di Luca.

Una storiaccia proprio brutta, dalla quale emerge con violenza che l’uomo non conta più nulla, l’essere umano non esiste più, la centralità dell’individuo è stata rimpiazzata da falsi dei. Niente più sogni, sentimenti, amor proprio e amor di se.

Forse è davvero giunto il momento in cui ognuno di noi dia il proprio contributo, per quello che può e che sa,  affinchè  la vita acquisisca di nuovo un senso. Insieme al rispetto di se stesso e del prossimo. E ridiventi, come è giusto che sia, il percorso più importante, una immensa opportunità di crescita e di conoscenza.

Dignità e rispetto per un grande amore

AS Roma's forward Francesco Totti celebrates after scoring a goal during the Italian Serie A football match between AS Roma and Sampdoria on September 26, 2012 at the Olympic stadium in Rome.  AFP PHOTO / GABRIEL BOUYS        (Photo credit should read GABRIEL BOUYS/AFP/GettyImages)

Francesco Totti e la Roma. La Roma e Francesco Totti. Ventitrè anni di amore e rispetto reciproco. Un matrimonio d’altri tempi, solido, profondo, totale. Un percorso lungo, con gli alti e i bassi che ogni relazione che resiste al tempo immancabilmente vive. Vittorie, sconfitte, crisi più o meno passeggere e tante soddisfazioni.

Parliamoci chiaro, uno come Francesco avrebbe potuto sicuramente vincere di più di quanto non abbia fatto. Molto di più dei  cinque titoli vinti con la Roma (uno Scudetto, due Coppe Italia e due Supercoppe) e uno con la Nazionale (il Mondiale 2006). Le offerte nel corso di questi ventitrè anni non gli sono certamente mancate, offerte allettanti, sia in termini economici che di soddisfazione personale. Ma lui non ha mai ceduto ai corteggiamenti, alle lusinghe. Non so se si sia fatto mai veramente tentare, oppure se non abbia mai avuto tentennamenti, ma comunque, alla fine, ha scelto di restare a fianco del suo grande amore, la A.S. Roma.

Un amore ininterrotto dicevamo. Cominciato non a caso con la Presidenza Sensi. Una gestione dominata anch’essa dall’amore incondizionato per la squadra, per la città. Una gestione nella quale sicuramente al primo posto non c’è mai stato l’interesse economico.

E tornano alla mente immagini di tanti tanti anni fa. Gli anni del Presidente Dino Viola e di Donna Flora. E di tanti grandi calciatori che hanno amato la Roma incondizionatamente. E che la Roma ha amato incondizionatamente. Chissà, forse quella sarebbe stata un’epoca più giusta per vivere la grande storia d’amore di Totti e della Roma.

Ma così non è. E allora veniamo ai giorni nostri. E all’intervista rilasciata da Francesco Totti a Donatella Scarnati, che tanto clamore ha suscitato. Clamore e conseguenze immediate.

Un’intervista che racconta molto di Francesco. Il Francesco riservato, mai tracotante, a tratti schivo.Sempre umile e rispettoso. Non certo un uomo da alzate di capo. Totti ha aspettando un momento di serenità della squadra per dire quello che aveva dentro. Senza pretendere, ma dicendo a chiare lettere di essere pronto a giocare, dopo l’ennesimo infortunio, di essere a disposizione dell’allenatore, della squadra,  e del suo grande amore. Alla società e all’allenatore, ha solo chiesto chiarezza, chiarezza e rispetto. Rispetto per un amore lungo ventitrè anni.

Non entro nel merito delle azioni e delle dichiarazioni di Spalletti. Non so se abbia agito di testa sua o su mandato della proprietà. Ma vedere Totti abbandonare Trigoria in quel modo ha fatto male. Anche se subito dopo entrambe le parti hanno tentato di smorzare la tensione.

Ricordino Pallotta, Spalletti e la società tutta, che la storia di Francesco e della A.S. Roma esiste da ben prima del loro arrivo. E che nessuno potrà cancellarla. Neppure per raggiunti limiti di età, ammesso che siano realmente raggiunti.

C’è solo da vedere se, quando i riflettori si spegneranno su questo amore, che vivrà per sempre nel cuore dei protagonisti, lasceranno negli occhi dello spettatore un’immagine degna di ventitrè anni di vita in comune, oppure di beghe unilaterali da tre lire per risparmiare qualche spicciolo.

Non ci si abitua ai quotidiani orrori

anziano

Non passa giorno o quasi ormai, in cui non giungano notizie aberranti di violenze patite dalle categorie più deboli. Bambini, anziani, diversamente abili. Case di cura lager, o bimbi maltrattati o abusati, nei casi più gravi, da adulti ai quali erano stati affidati, a scuola come pure nelle attività sportive o ricreative.

Anziani e disabili maltrattati, malmenati. Legati, vessati. Lasciati a loro stessi tra escrementi e sporcizia. Malnutriti, schiaffeggiati, strattonati. Derisi. Bambini e ragazzini insultati, picchiati, abusati. Umiliati. Costretti a mangiare a forza,  presi a parolacce, spintonati, tirati per i capelli. Così tanti casi che, a parte lo sdegno iniziale, alla fine non stupiscono neanche più, e vengono dimenticati il giorno dopo. E’ terribile doverlo ammettere, ma noi uomini riusciamo a fare l’abitudine quasi a tutto. Anche all’orrore. Non soffermandoci a pensare alle vittime. A riflettere sul fatto che sono persone, madri, padri, figli, fratelli, sorelle, nonni. Ciascuno con il proprio carattere, le proprie abilità ed i limiti. Con il loro vissuto alle spalle, fatto di anni sicuramente migliori, oppure creature nate con disabilità e patologie tali che gli hanno persino impedito di cominciarla davvero, una vita degna di essere chiamata tale.

E poi arriva l’aguzzino di turno. Come si può arrivare a tanto? Verrà forse preso dalla frenesia malata di sfogare tutte le proprie frustrazioni, la rabbia repressa, la violenza sopita su chi non ha la facoltà nè fisica nè verbale di difendersi, di chiedere aiuto?

Difficile trovare la riposta, ma forse poi non è quella che conta di più. La risposta più importante deve giungere sul cosa fare affinchè orrori simili non succedano più. Quelli che finiscono sulle prime pagine dei giornali locali, come le troppe altre destinate a rimanere nell’ombra. E a volte le soluzioni non sono poi così impossibili da trovare.

Telecamere. Videosorveglianza in ogni dove. In ogni ambiente in cui vivono o soggiornano anziani, bambini, ammalati, disabili.

Insieme ai mille permessi, autorizzazioni e varie, la legge dovrebbe prevedere l’installazione di un sistema di videosorveglianza gestito ovviamente esternamente alle strutture. Asili, case di cura, rsa, lungodegenze, strutture per diversamente abili.

Assieme alla obbligatorietà da parte del personale sanitario e non, del personale scolastico e di ogni sacrosanta persona che venga a contatto con soggetti deboli, di sottoporsi a test psicologici e se necessario psichiatrici con cadenza almeno annuale.

Qualcuno potrebbe fare due obiezioni, una in merito ai fondi necessari, l’altra per la “lesività” delle misure di prevenzione per quella maggioranza di personale onesto, premuroso, corretto.

Quanto ai fondi, la vita è fatta di priorità, e se decidiamo di mettere al primo posto la dignità e la sicurezza dell’individuo, la risposta viene da se.

Quanto al personale virtuoso, beh, moltissimi operatori onesti hanno avuto modo di dire che sia le telecamere che i test psicologici rappresenterebbero una maggiore garanzia anche per loro, per chi non ha assolutamente nulla da nascondere.

L’unica vera domanda che resta è: perchè il governo attualmente in carica, tutti gli altri che lo hanno preceduto ed una classe politica intera non si muove in questo o in altri sensi?