Pestaggi? Sevizie? Ma no…. Stefano Cucchi è morto di noia.

cucchi“Allora mio figlio è vivo ed è a casa che ci aspetta”. Queste le prime parole della mamma di Stefano Cucchi dopo la sentenza d’Appello al processo per la morte di suo figlio. Una sentenza che ha visto l’assoluzione di tutti gli imputati, accusati a vario titolo di lesioni, abbandono di persona incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, abuso di potere.

Il fatto non sussiste dunque. Non sussistono le fratture, le tumefazioni, il corpo scheletrico di Stefano, trentacinque chili di ossa e lividi, restituiti alla famiglia ad una settimana dal suo arresto per possesso di droga.

Non sussistono le perizie che certificano con chiarezza che Stefano è morto di stenti, per mancanza di acqua e cibo mentre era ricoverato nel reparto detentivo del Sandro Pertini dove era giunto a causa di molteplici fratture causate dalle botte che aveva ricevuto.

Ho grande stima e ammirazione per le nostre forze dell’ordine. So bene delle mille difficoltà con le quali si scontrano ogni giorno. E della passione che la maggior parte di loro mette nel proprio lavoro. Ma chi sbaglia deve pagare, perchè una vita è una vita, ed è il valore più grande. Come so di magistrati che lavorano senza sosta perchè capiscono l’importanza del proprio lavoro, e magari al tempo stesso debbono preoccuparsi anche della mancanza di carta o toner per la fotocopiatrice.

Non dubito che i giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Roma si siano mossi rispettando la legge. Nei limiti della legge. Comincio a temere però che la legge sia limitata e troppo spesso inefficace. E che essere un irreprensibile, ligio e diligente magistrato o funzionario dello Stato non sia sufficiente a rendere l’Italia un Paese in cui la giustizia funzioni.

Un Paese che tuteli i diritti di ciascuno. Senza distinzioni di sorta. Di ceto, di censo o di potere.

Sarebbe gravissimo dover prendere atto che così non è. Che lo Stato non si comporta come un buon padre di famiglia nel senso dell’equità e della trasparenza. Gravissimo anche se lo facesse per incapacità, tragico se invece si trattasse di malafede.

In un tempo il nostro, in cui gli interessi economici sovrastano tutto e tutti, è difficile non temere che anche nei processi, le questioni economiche e gli eventuali risarcimenti non rischino di assumere un peso oltremodo rilevante se non fuorviante.

Capisco bene cosa si provi. So cosa significa lottare per anni, giorno dopo giorno, per ottenere giustizia. So come ci si sente quando ti senti dire che anche l’evidenza non conta niente. So cosa voglia dire sentirsi cittadini, figli di serie B. E so la rabbia che sale e la voglia di ottenerla quella giustizia. Per ridare dignità a chi ha subito. Per fermare chi ha sbagliato. E poter sperare che certe cosa non accadano mai più.

Annunci