La morte di Denisse, quattrodici anni, non è solo questione di malasanità.

Vorrei abbracciare forte la mamma di Denisse, la ragazza di quattordici anni morta per aneurisma cerebrale lo scorso 6 novembre a Roma. Non so neppure come si chiami, ma la  vorrei stringere forte e ringraziarla per aver avuto il coraggio e la forza di donare gli organi della sua bambina, permettendo così ad altri ragazzi di poter vivere quella vita che a sua figlia è stata negata. Per non essersi fatta accecare dalla rabbia, dalla frustrazione e dal dolore, e aver deciso per la vita, anche se purtroppo non quella di sua figlia. E vorrei dirle quanto dolore provi per quello che le è successo, e scusarmi con lei perché è assurdo che abbia dovuto implorare i medici di sottoporre Denisse ad una Tac, come è assurdo che non si sia provveduto a trasferirla immediatamente in una struttura adatta, quando dopo quasi due ore dal ricovero a quella Tac è stata finalmente sottoposta, ed è stato evidenziato l’aneurisma cerebrale che l’ha poi portata alla morte. Assurdo che sia passata quasi un’ora prima dell’arrivo dell’ambulanza, assurdo che non sia stata trasferita in elicottero, assurdo, assurdo, tutto assurdo. Questi infatti sono i primi dati emersi dall’ispezione inviata all’Ospedale Pertini dal Ministero della Sanità.

Denisse è arrivata alle 9.00 del mattino al pronto soccorso, dopo essersi sentita male a scuola, e le è stato assegnato un codice giallo (che corrisponde ad un paziente non in immediato pericolo di vita, ma che necessita urgentemente di un controllo medico). La mamma ha raccontato che i medici le avrebbero detto che si trattava di stress e che sua figlia aveva bisogno di riposare. Ma ha anche raccontato che lei, pur non essendo medico, aveva capito che Denisse aveva qualcosa di grave, muoveva gli occhi in modo strano, ma lo sguardo era assente e non rispondeva alle sollecitazioni esterne.

Perché scusarmi io? Perché mi sento, in quanto cittadina italiana, corresponsabile delle condizioni in cui versa l’Italia. E perché se l’Italia versa in queste condizioni, se la mala politica e le ruberie di parte dei nostri amministratori (senza distinzioni geografiche o di colorazioni politiche di appartenenza) continuano a succedersi da decenni, portando tra le altre cose al tracollo della Sanità pubblica,  è anche colpa nostra, che non abbiamo la forza, la voglia o l’interesse di lottare uniti affinché le cose cambino. Non abbiamo la forza di diventare un popolo, unito, coeso.  E preferiamo magari continuare a votare chi magari ruba, ma ci promette un qualche tornaconto personale. A parte le singole responsabilità dei medici del pronto soccorso (che speriamo vengano accertate con chiarezza), è facile liquidare morti assurde come quella di Denisse parlando di malasanità, o meglio solo di malasanità. I nostri pronto soccorso versano in condizioni da terzo mondo. Le casse della sanità pubblica fanno acqua da tutte le parti, i soldi non ci sono, e le procedure alle quali i medici debbono attenersi per risparmiare sono sempre più stringenti e non tengono conto del fatto, che proprio perché parliamo di sanità, in ballo ci sono vite umane. E con questo non intendo minimamente giustificare o sollevare i medici da eventuali responsabilità, ma credo che lavorando nelle condizioni in cui lavorano i medici dei nostro pronto soccorso sia più facile cadere in errore.E’ evidente che di fronte al più piccolo dubbio un medico degno di essere tale dovrebbe procedere a tutti gli esami necessari, costosi o meno, più di salvare il paziente, anche contravvenendo ai protocolli. Ma è anche vero che non tutti i medici hanno lo stesso carattere, determinazione, esperienza, bravura. E non è accettabile che queste qualità o meglio la mancanza di esse vengano fuori sulla pelle di un essere umano.

Denisse avrebbe potuto essere la figlia di ognuno di noi. Forse dovremmo pensarci quando facciamo finta di non vedere ruberie, ingiustizie, prevaricazioni. O quando pensiamo che il furbetto ladro o ladrone di turno in fondo sia uno da ammirare, da invidiare. Le ruberie, a tutti i livelli, dal più piccolo al più grande, contribuiscono a portare una nazione sul lastrico. E in una nazione sul lastrico è più probabile morire. Di inedia, o in un ospedale dopo ore di agonia. A quattordici anni.

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Ospedali e brandelli di umanità e dignità

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Ho trascorso per motivi personali gli ultimi quindici giorni della mia vita in un grande ospedale romano, il San Camillo. E’ stata una esperienza forte, di quelle che ti fanno riflettere e probabilmente ti cambiano dentro. La prima riflessione, appena giunti al pronto soccorso, è stata che anni di mala politica e magna magna ci hanno ridotti ad essere un popolo di accattoni. Persone ammassate al pronto soccorso, le più fortunate sistemate su barelle e lettighe, altri su poltrone e sedie a rotelle. Alcuni gravi, altri meno. In un marasma totale, nel quale anche trovare un bagno per espletare le normali funzioni fisiologiche diventava un problema. Uomini e donne, anziani e adulti, le barelle lungo i corridoi, accanto alle porte. Ovunque. Medici e infermieri che lavoravano quasi tutti senza sosta, alcuni più cordiali, qualcuno (pochi per fortuna) sgraziati ed arcigni. Nel mezzo, l’arte dell’arrangiarsi e del sopravvivere, per far cambiare una flebo finita o avere informazioni sul proprio caro. Dignità personale ridotta a zero. Con mio grande stupore, ho visto che sul far della sera, il pronto soccorso ed i corridoi si sono riempiti di senzatetto, di svariate nazionalità.  Perlopiù anziani, malandati e ovviamente trasandati, tra colpi di tosse e quant’altro emettevano suoni tutt’altro che rassicuranti, e certamente inaccettabili per un luogo dove ci sono persone malate, con difese immunitarie basse, e per le quali un germe o un virus potrebbero risultare fatali. Mi sono chiesta come sia possibile che gli agenti della sicurezza lasciassero passare questa varia umanità. Se sia una scelta individuale o abbiano ricevuto disposizioni in merito. Ed è una questione che approfondirò.

Ho provato una grande rabbia, anche considerando che Roma dispone di innumerevoli posti letto e dormitori, che quasi sempre restano deserti poiché in queste strutture esistono regole e orari che i senzatetto non vogliono rispettare.

Un popolo di accattoni dicevo, sì,  ma anche in qualche misura complici. Perché ancora troppi di noi si muovono secondo le logiche del “mi manda Picone”, cercando di salvaguardare il proprio orticello, anziché lottare uniti per ottenere dei diritti da condividere. Forse perché a quel punto ci sarebbero anche dei doveri da rispettare. Forse perché purtroppo non siamo mai diventati un popolo, ma tristemente un insieme di persone che coabitano in un territorio.

Poi, come già ho avuto modo di appurare in passato, giunti al reparto, un altro pianeta. Dal purgatorio del pronto soccorso al paradiso. Se di paradiso si potesse parlare in una condizione del genere. Medicina d’Urgenza e Sub Intensiva. Un reparto efficientissimo ma soprattutto, la certezza di trovarsi nel posto giusto, un posto nel quale percepisci che viene fatto tutto il possibile. Oltre il possibile. Analisi, consulti, terapie farmacologiche messe a punto e monitorate giorno per giorno, ora per ora. Con la capacità oltretutto di ovviare a carenza (sempre grazie al magna magna di quei parassiti che dovremmo cacciare forconi alla mano) di un dato medicinale oppure di un reagente per il laboratorio di analisi. Il genio italiano, la grande professionalità, l’intuito, il cuore. Uniti ad una grande sensibilità e disponibilità nei confronti dei parenti, di chi aspettava notizie in apnea, tra paura e speranza, la vita come sospesa, interrotta.

Non ringrazierò mai abbastanza i medici tutti ed il personale infermieristico. E quando l’ho fatto mi sono sentita rispondere, con un pò di imbarazzo di fronte alla mia gratitudine, che non dovevo, che è il loro lavoro. Credo invece che sia giusto esprimere la propria gratitudine di fronte a persone che lavorano con passione, cuore, professionalità, tigna. Con la voglia di riportare i propri pazienti alla vita, e non darla vinta alla malattia. A chi ha sempre un sorriso ed una battuta di spirito per chi sta male. A chi non dimentica che, oltre il numero della stanza, e del posto letto, c’è una persona. E oltre quella persona ci sono i parenti. Figli, madri, fratelli, mogli o mariti che attendono, sospesi anche loro.

L’ultima riflessione poi, senza retorica, è su quanto, troppo spesso diamo per scontato quello che scontato non è affatto. La salute innanzitutto. Siamo tutti (o quasi….) costretti a correre ed a produrre per sopravvivere alla guerra economica dei nostri tempi. Ma la salute non è un diritto acquisito. E all’improvviso potrebbe venir meno. E allora il lavoro, il guadagno, la sopravvivenza, le battaglie vinte, quelle perse e quelle ancora da combattere non hanno più senso. Nulla ha più senso.

Cerchiamo di amarci un pò di più, e riguardarci un pò di più, per quanto possibile.

Vietato ammalarsi!

sanità crisiUomo avvisato mezzo salvato. Monti docet. Renato Balduzzi, Ministro della Sanità rincara la dose. Cerchiamo di non ammalarci, perché il Servizio Sanitario Nazionale è fortemente a rischio di funzionalità.  Pochi giorni fa, il 27 novembre scorso, il Presidente del Consiglio aveva dichiarato: ”La sostenibilità futura dei sistemi sanitari nazionali, compreso il nostro di cui andiamo fieri potrebbe non essere garantita se non si individueranno nuove modalità di finanziamento per servizi e prestazioni. La posta in gioco è altissima. Anche l’innovazione medico-scientifica, soprattutto nella fase dell’industrializzazione, deve partecipare attivamente alla sfida”.

E proprio in queste ore il Ministro Balduzzi ha aggiunto:“Se non facciamo niente, dal 2014 ci arriva la ‘bomba’ “. Il Ministro ha spiegato che è necessario lavorare sull’efficienza, tagliando laddove ci sono esuberi per spostare dove invece ci sono mancanze.

I sentori a dire il vero c’erano tutti. La “cura” Polverini che ha portato alla chiusura di vari ospedali nella regione, la questione Santa Lucia (il centro di eccellenza a livello europeo, specializzato nella riabilitazione che ha rischiato la chiudere l’anno scorso, poi salvato in extremis), il caso IDI-S. Carlo di Nancy e Villa Paola, i cui dipendenti sono senza stipendio da quasi cinque mesi e 1500 lavoratori e quindi famiglie rischiano di finire sul lastrico, e stanno lottando con le unghie e con i denti da quasi due anni ormai (sei di loro per quasi un mese sono rimasti asserragliati dul tetto dell’IDI, e negli ultimi giorni avevano iniziato anche lo sciopero della fame). Il Policlinico Gemelli, non versa in condizioni migliori. La Regione Lazio ha infatti approvato due decreti che portano ad una riduzione del 7% del budget previsto per le strutture ospedaliere private (circa 100 milioni di euro). Non si sono fatte attendere le dichiarazioni del Direttore del Gemelli, Maurizio Guizzardi che ha detto:”In realtà il Gemelli è un policlinico universitario che svolge a tutti gli effetti un servizio pubblico. Essere considerati alla pari di strutture sanitarie più piccole vuol dire non riconoscere l’impegno che portiamo avanti da sempre nella cura dei cittadini di questa regione. Nel 2013 prevediamo la cassa integrazione per circa 196 dipendenti e ci stiamo impegnando per non dover arrivare alla riduzione dei servizi ai malati. Se però la Regione continua con una politica di tagli così violenta e indistinta, senza dare nemmeno le risorse concordate, non so quanto a lungo riusciremo ad andare avanti”.

Bene non c’è problema. Basta saperlo. Del resto gli italiani hanno già tagliato le spese alimentari (siamo tornati ai consumi del ’97), si sa che mangiare troppo fa male. Anzi, dati Censis dicono che due milioni e settecentomila italiani coltivano ortaggi da consumare ogni giorno. Fanno più moto perché con il prezzo del carburante alle stelle le automobili restan ferme, tanto che c’è stato un vero e proprio boom nella vendita delle biciclette. Molti invece avranno meno bisogno di muoversi perché nel frattempo hanno perso il posto di lavoro (duecento aziende muoiono ogni giorno).

Non c’è che dire. La “cura” Monti ha portato dei risultati concreti. Non riesco a credere inattesi. Lavoro, istruzione, sanità, ricerca, ammortizzatori sociali cancellati progressivamente.

Continuo a domandarmi quale sia il progetto “politico”. Vogliamo diventare tutti cinesi?