Figli: così forti, così fragili.

Figli: una avventura fantastica. Un viaggio che inizia e non finisce mai. Ma anche un percorso complicato, fatto di dubbi, incertezze, sempre in divenire seguendo il loro crescere, cambiare. Mille perplessità che forse in altri ambiti non vivremmo, frutto dall’amore e dalla paura di sbagliare. I ragazzi sono creature fantastiche, forti, fortissimi ma anche estremamente fragili allo stesso tempo. Complicati, sicuramente più di quanto non lo fossimo noi alla loro età.

Ma questo è un tempo complicato, molto più complicato di quanto non fosse venti , trenta o quarant’anni fa. E viene da sorridere, a fare questi discorsi, perchè tornano alla mente gli sbuffi e l’insofferenza che provavamo da ragazzini quanto sentivamo dire agli adulti oppure agli anziani :” Eh, ai miei tempi…”

Eppure è così.  Perchè il tempo passa e le cose cambiano. Sempre. Per alcuni versi in meglio, ma per troppe altre veramente in peggio. Quando ero bambina io, si  viveva una vita reale. I giochi lo erano, i passatempi lo erano. Reali come le ginocchia perennemente sbucciate per le innumerevoli cadute dalla bicicletta. Come le giornate trascorse in giardino o al parco, dopo i compiti, a giocare con gli amici. E poco importava essere alti o bassi, magrissimi oppure in carne. Neppure le differenze sociali erano così importanti. O le possibilità economiche. L’educazione era,per grandi linee, per tutti la stessa. Oggi sembra impensabile, eppure non esisteva il cellulare, non c’erano giochi elettroni, Facebook o Whatsapp. Si giocava, si studiava, e ci si preparava al futuro. Una vita reale, più semplice forse, sicuramente concreta.

Vi abbiamo consegnato un mondo bislacco ragazzi cari. Troppo spesso soli con i vostri  videogiochi,persi nella vostra realtà virtuale. Vi abbiamo raccontato che bisogna essere tutti alti, belli, magri tonici e muscolosi. Vincenti e vittoriosi ad ogni costo. Che il fine giustifica i mezzi, sempre. E che conta solo arrivare, non importa come. Ma non è così. Non è affatto così.

La vita, ogni vita, è un dono grandissimo, immenso. Un percorso da vivere il più possibile con gioia, con emozione, stupore. Ed ognuno di voi è unico, irripetibile. Non sarete amati o messi da parte per un chilo o qualche centimetro in più o in meno. Lo sarete per la vostra testa, il vostro cervello, l’ironia. La capacità di dare e ricevere amore, amicizia. L’intelligenza che dimostrerete nell’affrontare la vita. La capacità che avrete di stupirvi, di stupire. La caparbietà e la tigna che metterete nel prenderla di petto questa bislacca e bellissima vita.

Facciamolo insieme questo percorso. E aiutateci a tenervi la mano. A volte non riusciamo a raggiungervi quando vi nascondete. Dite quello che pensate, quello che provate. Non fate passi indietro, ma solo passi avanti. E se non riusciamo a sentirvi, parlate più forte, e vedrete che qualcuno ascolterà.  La confusione e le incertezze fanno parte dell’uomo. E lo smarrimento che a volte provate, lo abbiamo provato anche noi prima di voi. Con modalità diverse, certo, meno complicate forse.

Gli adulti non sono perfetti. Il mondo non lo è. Ma la vita è una avventura fantastica, davvero. Non rinunciate a viverla. Mai.

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Buon Natale.

E anche quest’anno siamo quasi a Natale. Tra mille pensieri, affanni, incombenze da sbrigare. Scadenze di lavoro che incalzano, per chi un lavoro ha la fortuna di averlo o averlo ancora. Regali ancora da comprare, facendo i salti mortali per far quadrare un bilancio che oramai da troppo tempo, per la maggior parte degli italiani, è di un sinistro colore arancione se non di rosso pieno.

E allora direte voi, che Natale sarà, con queste amene premesse? Io penso che  sarà il Natale che ognuno di noi vorrà che sia, molto semplicemente. Se davvero vorremo concentrarci sugli aspetti importanti della vita. Sugli affetti, sui figli, per chi ha l’immensa fortuna di averne,  che sono la vera e totale gioia della vita.

C’è qualcosa di veramente irreparabile a parte la morte? Non credo. Ma a volte rischia di essere irreparabile il tempo non vissuto insieme, le parole non dette, le attenzioni non prestate. Ai figli che crescono, ai genitori che invecchiano. Una recita alla quale non siamo stati presenti, una preoccupazione che non siamo riusciti a captare (magari una sciocchezza per noi, ma un problemone serio per un bimbetto di sette anni o un preadolescente con 39 di piede ma la freschezza nel cuore), quella visita dal cardiologo della quale ci siamo dimenticati di chiedere l’esito, presi dalle mille emergenze quotidiane. Il tempo trascorso non torna, mai. Si può recuperare forse, ma non QUEL tempo, non QUEL momento.

E allora il mio augurio vero e sincero per questo Natale e per tutti i giorni che verranno è questo. Di non sprecare il tempo, non perdere le occasioni, quelle che sembrano piccole magari, ma che messe tutte assieme costituiscono l’essenza della vita. Di non permettere alle angustie quotidiane, alle nostre assenze, talvolta al nostro infantile egoismo, di privarci delle gioie vere della vita. E se possibile, per quanto ci è possibile, di poter includere nelle nostra vita chi non ha nessuno, chi non ha nulla. Mario, il vedovo del secondo piano, che da quando ha perso sua moglie esce poco e non ha messo neppure una ghirlanda sulla porta, per  Natale. Francesca, quella ragazzina che va in classe con nostro figlio, ma i genitori non li vediamo quasi mai, neppure ai colloqui con i docenti o alla recita di Natale. E poi quella vecchietta che incontriamo sempre sola, con il suo carrellino per fare la spesa rigorosamente mezzo vuoto, e quel cappottino pulito ma liso, che sicuramente avrà vissuto stagioni migliori, venticinque o trent’anni fa.

E poi un pensiero. Ma non lieve, intenso. Non retorico. Ma autentico. E va a tutti coloro, bambini specialmente, che questo Natale non lo vedranno. Che non vedranno più niente. Spazzati via dalla strage degli innocenti che continua a mietere vittime. Uccisi da cosa, perchè? Non lo so. Da qualcuno e da qualcosa che è contro natura. Espressione profonda e devastante di malessere, malattia, marciume dell’anima, barbarie di questo nuovo medioevo.

Non siamo stati in grado di tutelarli. I bambini non sono proprietà del genitore, mai. Figurarsi quando malato, pazzo o delinquente. I bambini sono persone, individui con i loro diritti,  che non sono in grado di far valere da soli. Dovrebbe essere compito dello Stato, delle istituzioni, e anche nostro, di ogni essere adulto sano, vigliare sul loro benessere e sulla loro incolumità. Cerchiamo di non voltare lo sguardo, mai.

Buon Natale.

Figli, pezzi di cuore e cuori a pezzi.

cuori spezzati

 

Figli. Figli amati ,voluti, cercati. Figli arrivati all’ improvviso, anche se mai realmente per caso. Figli desiderati ardentemente, andati a prendere anche in capo al mondo, e adorati come e a volte più, di chi li ha partoriti. Figli accuditi nello stupore quotidiano del miracolo della vita. Osservati nel sonno, scrutati nelle espressioni, per comprendere stati d’animo, gioie e dolori. Con i mille timori ed i dubbi che immancabilmente si vivono negli anni della crescita e dei cambiamenti.

I primi passi incerti, l’inizio della scuola, il primo cinema pomeridiano con gli amici, tutte quelle “prime volte” che i genitori vivono sempre con un pò d’ansia, tanta emozione,  e con l’impressione che il tempo sia corso, volato via troppo in fretta.

Ma anche figli messi al mondo e poi lasciati in un angolo, alla mercè degli uomini e del caso. Soli anche se in compagnia. Non priorità ma accessorio. Superfluo. A volte invisibili. E ancora,  figli picchiati, abusati, sfruttati. Storie, strade e destini diversi. Ci si chiede il perchè. Impossibile trovare una risposta. Perchè una creatura, sia essa neonata o adolescente, dovrebbe avere il sacrosanto diritto di essere accudita, amata, protetta, guidata.

In questi giorni due storie di cronaca sideralmente distanti tra loro. La prima, forse meno nota perchè a lieto fine, ed il lieto fine, chissà perchè, fa meno, ma molto meno scalpore del finale scabroso e a tinte forti.

Molti ricorderanno, appena qualche giorno fa, un bimbetto gioioso,  riccio e dalla pelle scura letteralmente abbarbicato alla gamba di Papa Francesco durante la celebrazione della Giornata della Famiglia. Sfuggito al controllo dei genitori e della sicurezza, è corso verso Papa Francesco, l’ha  abbracciato stretto stretto e gli è rimasto accanto per tutto il tempo, incurante dei richiami di chi cercava di farlo “uscire di scena” offrendogli una caramella. Beh, quel bimbo che vive con i suoi genitori a Lanciano, è uno di quei figli fortemente desiderati e sospirati. I suoi genitori sono volati fino in Colombia per adottarlo.  Non hanno voluto raccontare  dei lunghi viaggi in Colombia che hanno preceduto l’adozione, di quello che hanno visto: sono «cose intime», dicono con grande dignità. «Vogliamo solo che la benedizione ricevuta da nostro figlio sabato arrivi a tutti i bambini abbandonati»

L’altra storia purtroppo è ben nota. E, fatto ancor più orrendo, non si tratta di un caso isolato. Le due ragazzine appena adolescenti indotte e prostituirsi in un appartamento di Viale Parioli.La mattina fra i banchi di scuola di un liceo romano, il pomeriggio gli incontri con i clienti. Soldi facili e cocaina. Un giro gestito da quattro- cinque adulti. Le indagini partite dalla denuncia di una delle madri delle ragazze che aveva notato che qualcosa non andava. L’altra madre invece, anzi credo sia più opportuno chiamarla genitore biologico, come risulta dalle intercettazioni, sapeva tutto ed avrebbe addirittura incitato la figlia a vendersi, trattenendo per sé parte dei guadagni. Di più, sembrerebbe che volesse addirittura farla ritirare da scuola per avere più tempo da dedicare all’infame mercimonio.

Non ci sono parole. Non ci sono commenti. Ci uniamo all’ augurio di quei genitori di Lanciano, che la benedizione di Papa Francesco arrivi a tutti i bimbi abbandonati. Perchè i bimbi abbandonati purtroppo, non sono solo quelli negli orfanotrofi, come racconta l’agghiacciante vicenda di Roma. E alle due ragazzine di Roma, di poter ritrovare serenità, ed il senso naturale delle cose. Della vita come dovrebbe essere a quattordici anni. Fatta di emozioni, speranze, stupori, e amori veri.

Donatella, storia dei nostri tempi. Purtroppo.

Questa è la storia di Donatella. Una di quelle storie che non vorresti sentire mai. Una di quelle storie di cui ti sforzi di capire il senso, e rimani senza un perchè, con un vago senso di nausea, tanta tristezza e scoramento. Una di quelle storie che ti fanno venire una rabbia infinita, e la più totale disistima nei confronti della razza umana, o almeno di buona parte di essa.

Donatella è solo una bambina. Ha appena sei anni. A differenza dei suoi coetanei non frequenta la scuola. Non può giocare, e nemmeno camminare. A dire il vero, da sola non può neanche respirare, nè mangiare. E’ affetta da una patologia rara, la sindrome di Bruck. Non riesco a non pensare a quelle immagini trasmesse dai TG.  Le sue manine deformate dalla malattia, le dita incurvate, piegate in maniera innaturale, rigide. Le ciglia lunghe. Gli occhi presenti, ma socchiusi e languidi di quella spossatezza che prende quando si è costretti a letto per lungo tempo. E lei a quel letto è inchiodata da quando è nata. Ricoverata nel reparto di rianimazione  dell’Ospedale di Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, la struttura fortemente voluta e creata da San Pio da Pietrelcina. E in quel letto è stata anche abbandonata dalla sua mamma e dal suo papà. Ho letto che non avrebbero avuto mezzi per occuparsene.

Mi sono chiesta quali potessero essere i mezzi necessari ad accudire la piccola Donatella. Mi viene in mente un unico sostantivo. Amore. Non conosco la loro storia. Ma non credo serva. L’amore non si compra. Non ha un prezzo. Non è appannaggio dei più abbienti. Non è legato alla cultura od al sapere. L’amore è quel sentimento sano e naturale, che dovrebbe essere totale quando si tratta di un figlio. Un figlio dovrebbe venire prima. Di tutto. Anche di se stessi. Sano o malato, brutto o bello, intelligente o meno. E penso a quante brutte persone vivono su questo nostro strampalato mondo. Chi i figli li compravende, chi li usa come merce di scambio in separazioni complicate, chi ne abusa, chi li ammazza perfino. E chi li lascia in un letto d’ospedale, con le membra rattrappite e il cuore desolato di chi è stato tradito e abbandonato proprio da chi avrebbe dovuto amare in senso assoluto. Oltre tutto. Sopra a tutto.

Donatella è stata affidata al primario del reparto, Giuseppe Melchionda, che ne ha ottenuto la tutela legale e avviato le pratiche per l’adozione. E con lui tutto il reparto, e Suor Noemi, che la accudisce come fosse la mamma. «È vero, Donatella non ha più visto i suoi genitori da quando aveva 9 mesi ma qui in ospedale, dove l’hanno abbandonata, ne ha guadagnati 60». Non ne dubito. I tanti poster attaccati al muro, i peluches su uno scaffale, raccontano dell’amore che la circonda. Sono certa siano persone fantastiche. Ma credo che nulla possa realmente colmare il vuoto ed il dolore dell’abbandono da parte di chi avrebbe dovuto invece accudire e difendere anche a costo della vita.

Ma siamo davvero senza speranza?

In che senso? Si chiederà qualcuno.

A volte mi chiedo se riusciremo ad avere ancora la possibilità di sognare e sperare.

Progettare e costruire.

Tornare a casa la sera dopo una giornata fatta di lavoro, traffico, qualche intoppo e quattro risate e, posando la testa sul cuscino, sentirci in fondo sereni, appagati ma soprattutto sicuri di essere sulla strada giusta.

Credo che la maggiore crudeltà ed ingiustizia a cui sono stati sottoposti  non solo gli “attualmente” giovani ma anche le generazioni degli oggi quaranta/cinquantenni è proprio quella di aver tolto loro totalmente o quasi la possibilità di sognare e di costruire.

Questo senso di opprimente precarietà.

Di timore per il futuro dei propri figli.

Di timore di non poter costruire nulla per loro.

Come invece hanno potuto ancora fare per  noi i nostri genitori (o almeno la maggior parte di loro).

Mentre il Procuratore Generale della Corte dei Conti, Mario Ristuccia, ci restituisce una immagine
impietosa del nostro Paese, in cui corruzione e malaffare sembrano quasi patologici, apprendo che Gino Bucchino, deputato del Partito Democratico ha indetto una conferenza stampa per denunciare un tentativo di corruzione: centocinquantamila euro e la certezza di essere rieletto per cambiare casacca e passare nel gruppo dei “Responsabili”, ma soprattutto per passare da “contrario” a “favorevole” al Governo.

Non so se questa notizia verrà confermata, ma la cosa grave è che se anche lo fosse credo che sarebbero pochi a stupirsene.

Nessuno pretende una popolazione di idealisti, rigidi, irreprensibili magari al limite dell’ascetico, la vita è piena di sfumature, e forse la magia sta proprio nel riuscire ad attraversarla vivendone appieno tutti i colori ma senza “sporcarsi” troppo.

Nessuno ha il diritto di negare il sogno, il progetto, il tragitto , il percorso.

Vuol dire negare la vita stessa, vuol dire negare la possibilità di progredire, fare il tratto di strada che ci compete per poi passare idealmente il testimone alle generazioni che verranno.

Non si può accettare di rimanere al blocco di partenza, illusione di una
competizione promessa ma mai  iniziata.

Qualcuno tenta di farci credere che la
situazione è questa è non può mutare…..

Non credo sia così.

Siamo solo vittime di un sistema che tenta di proteggersi, che tenta di proteggere chi è già
dentro spesso da molti anni, magari stanco e con una prospettiva tronca.
Dobbiamo smetterla di compiangerci ed essere protagonisti del nostro tempo

Come in Tunisia, Egitto ed ora in Libia hanno trovato il coraggio di fare. 

Ad un prezzo infinitamente più alto di quello che noi dovremmo pagare per smetteredi essere sbiadite comparse mentre a scorrere via è la nostra vita.