Roma 2024, una occasione mancata con una grave caduta di stile.

Amministrare Roma non è una passeggiata. Non è un segreto per nessuno, e non occorre essere un politico di lungo corso per capirlo. Lo sapeva bene il Movimento 5 Stelle, lo sapeva bene Virginia Raggi. Non sarebbe stato affatto semplice. Ci sarebbe voluto molto coraggio, infinita forza, smisurata determinazione. Nervi saldi, anzi saldissimi. L’esperienza difettava, questo i romani lo sapevano bene, ma avrebbe anche potuto essere un punto di forza, laddove inesperienza avesse voluto dire inversione di marcia netta rispetto ad un certo sistema politico marcio nel quale finanche gli amministratori più limpidi e onesti fanno fatica a non sporcarsi, sia pur di striscio o di rimando.

Abbiamo assistito alle difficoltà (per usare un eufemismo)  che Virginia Raggi ha attraversato e sta attraversando per la formazione delle giunta capitolina, ascoltato i “mea culpa” di  Di Battista (faccia pulita, esposizione chiara e appassionata, fa ben sperare) arrivati dal Movimento relativamente all’affaire Muraro ed ai pasticci dell’ultim’ora, ed atteso, come è giusto che sia. Perchè tre mesi sono pochi, perchè Roma è al centro di interessi economici enormi e tante sono le forze che si agitano quando è in corso o potrebbe essere in corso un vero cambiamento. Perchè criticare in maniera aprioristica non è costruttivo, non è corretto ma soprattutto non serve a tutelare  Roma nostra, questa meravigliosa, bellissima e affascinante Signora che dopo secoli di fasti, vittorie,  potere e dominio, e fiaccata dal tempo che passa, si è trovata avvilita e svilita da una gestione barbara (o nella migliore delle ipotesi incapace di arginare i barbari), della sua enorme, inestimabile ed unica eredità.

Abbiamo atteso dunque. E continuiamo ad attendere. Ad attendere un sindaco che abbia lo spessore, le capacità ed il coraggio di tutelare Roma, di accudirla ed onorarla. Ed impedire a chicchessia di strattonarla, maltrattarla e nuocerle per meri scopi di arricchimento personale.

Nel frattempo la bagarre che si è scatenata sulla questione Olimpiadi, non può non far sorgere molteplici interrogativi.

Da un lato sostenere la candidatura di Roma poteva essere l’occasione regina per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio volontà di cambiamento da parte della Raggi e del M5S. Roma versa in condizioni critiche. E’ diventata una città pericolosa, sporca, non manutenuta. Trasporti pubblici ed infrastrutture carenti. Le Olimpiadi (nel caso ovviamente fosse stata scelta Roma) avrebbero potuto essere una grande occasione per una remise en forme della città, per far ripartire una economia in fortissima sofferenza, attirare turisti e ridare lustro a Roma ed all’Italia.  E per la Raggi e l’M5S l’occasione di poter dimostrare che con una buona amministrazione e fondi utilizzati nel senso del bene comune, con oculatezza, trasparenza ed onestà, il cambiamento è davvero possibile.

Virginia Raggi ha detto che i romani le Olimpiadi non le vogliono, tanto da averla stravotata al ballottaggio ben sapendola contraria alla candidatura di Roma. Ma non è così. Il sindaco infatti in campagna elettorale aveva dichiarato che sulla questione Olimpiadi avrebbe indetto un referendum affinchè i cittadini potessero esprimersi in proposito. Perchè non lo ha fatto, rimangiandosi in qualche maniera la parola? Quali sono i dati economici veri che si è trovata davanti a tre mesi dall’insediamento? Quali i timori, le motivazioni che l’hanno spinta ad un no deciso?

Teniamo conto che un recente sondaggio effettuato dalla Codacons e presentato in Campidoglio vede il gradimento dei romani per l’ipotesi Olimpiadi addirittura all’85%.

Una questione comunque affrontata male, nella sostanza perchè non risponde a quelle garanzie di trasparenza promesse dalla Raggi, ma anche nella forma. Il mancato incontro del sindaco con la delegazione del Coni guidata dal Presidente Giovanni Malagò, a far anticamera per oltre mezz’ora e giustificata dallo staff della Raggi con un precedente impegno istituzionale, salvo poi vedere le foto pubblicate dal Corriere dello Sport che ritraevano il Sindaco in quegli stessi minuti a mangiare al ristorante, beh, lasciatemelo dire, è una grande caduta di stile. Uno scivolone gravissimo se fosse voluto, ancor più grave se dettato da mera leggerezza.

Il rispetto è alla base del viver civile. Ce ne è così poco in giro, che diventa veramente grave quando difetta proprio a chi dovrebbe essere d’esempio.

Una politica per pochi tra strumentalizzazioni e bla bla bla.

Non sono una fan di Matteo Renzi.  Credo mi sia alquanto indifferente. Anzi, a  dire il vero guardo a lui con una certa diffidenza. Una diffidenza che non è legata a lui personalmente. Assolutamente no. Quanto al ruolo che rappresenta. E non sin qualità di Presidente del Consiglio, no. Ma, più tristemente, in quanto uomo politico italiano (se fosse donna politica italiana la diffidenza rimarrebbe, non è la mia una diffidenza di “genere”). Perché, si chiederà qualcuno? Semplicemente perché, nonostante il mio proverbiale ottimismo ( chi mi conosce bene sa fin dove possa spingersi, e spesso diventa motivo di bonarie prese in giro…), negli ultimi anni, anzi decenni, diciamo sin dove riesce a spingersi la mia memoria, non credo di aver mai visto qualcuno arrivare ad essere un politico di primo piano senza essere al tempo stesso emanazione o quantomeno significativamente amico o vicino a comitati di affari, lobbies, caste e chi più ne ha più ne metta. E questo per il semplice motivo che fare politica in Italia ha un costo esorbitante. Inarrivabile e non affrontabile per un singolo che abbia solo voglia di prestarsi per il bene comune attraverso la gestione della cosa pubblica, sia essa la nazione stessa come il più sperduto comune della nostra bellissima e disgraziata penisola.

Dalla raccolta firme necessarie alla presentazione di una lista, per una elezione amministrativa come per le europee, passando dal costo medio di una campagna elettorale, in Italia è veramente complicato- al limite dell’impossibile- decidere di fare politica da “cane sciolto”. Perché un essere umano senziente dovrebbe decidere di spendere due o tre milioni di euro per la propria campagna elettorale nel momento in cui- in caso elezione- andrebbe a guadagnare “appena” 250.000 euro se la legislatura durasse i cinque anni naturali? Non credo francamente neppure a chi dice di aver creato dal nulla un partito del 20%, solo attraverso il web. Perché non credo che le lobbies nazionali ed internazionali permetterebbero a chicchessia di materializzarsi dal nulla o quasi, con il solo scopo di far bene per il proprio Paese, rischiando di andare a rompere le uova nel paniere a chi non si deve proprio.

Il giorno in cui, (e spero davvero tanto che arrivi, prima o poi), i costi della politica scenderanno, ma soprattutto il giorno in cui la politica avrà il predominio sulla finanza, allora e solo allora potrò ricominciare a credere ed a sperare.

Nel frattempo mi piacerebbe però che quel poco di buono che ci arriva mediamente dalla classe politica non rasentasse il ridicolo. Come la sterile polemica del M5S proprio contro Renzi, accusato di voler strumentalizzare a fini elettorali la sua partecipazione alla Partita del Cuore, in programma a nella sua Firenze ed il cui ricavato sarà devoluto ad Emergency.  Se Beppe Grillo, Casaleggio & C, davvero avessero intenzione di mettere mano ad un sistema profondamente corrotto, credo potrebbero trovare argomenti più seri, scottanti e scomodi da affrontare. Una polemica del genere su una partita di beneficenza, oltre ad essere sterile, rischia sinceramente di cadere nel cattivo gusto. Fossi stata in Matteo Renzi, anziché rinunciare alla  partecipazione alla partita, come ha annunciato, avrei invitato lo stesso Grillo ed altri esponenti politici a scendere in campo, scarpini ai piedi. Sarebbe stata una buona occasione per vederli sudare, una volta tanto.