La morte di Noemi una sconfitta per tutti

La strage continua. Una scia di sangue che conta ogni anno oltre cento donne morte ammazzate, quasi sempre dai loro compagni, fidanzati, mariti o amanti. Centoventi solo lo scorso anno. Senza contare che sono oltre sette milioni quelle che, senza arrivare alle estreme conseguenze, sono state vittime di violenza (fisica o psichica o entrambe) nel corso della loro vita.
L’ultimo in ordine di tempo, e forse anche tra i più difficili da metabolizzare, è l’omicidio di Noemi, ammazzata e abbandonata in campagna alla mercé degli animali selvatici, sotto un cumulo di pietre a soli sedici anni. Reo confesso, a meno di ripensamenti, è il fidanzato diciassettenne con il quale da circa un anno intratteneva una relazione burrascosa e violenta. Tanto violenta e burrascosa che la mamma di Noemi aveva denunciato il fidanzato della figlia per percosse e si era rivolta ai Servizi Sociali perché da sola non riusciva a gestire più la situazione, e soprattutto non riusciva a convincere Noemi a troncare quel rapporto malsano, malato. Una situazione incandescente, tanto più che il ragazzo era in cura presso il dipartimento di salute mentale per disturbi della personalità associati ad una forte aggressività. Aggravate o forse causate, chissà, dall’abuso di alcol e di droghe.
Anche i genitori del ragazzo avevano sporto denuncia, stavolta contro Noemi, per atti persecutori. Due famiglie che non hanno saputo o voluto collaborare ed unirsi per salvaguardare i propri figli, e che hanno finito per essere divise dall’odio.
Il Tribunale dei Minori aveva appena passato la gestione del caso di Noemi ai Servizi Sociali, ma troppo tardi, purtroppo. Lei era già scomparsa da casa, per poi essere ritrovata dopo una decina di giorni, ormai priva di vita.
Fin qui la nuda cronaca e qualche cifra di uno dei tanti delitti che vedono come vittime donne giovani e meno giovani, ammazzate dai loro uomini, così tanti che quando sentiamo al telegiornale dell’ennesimo femminicidio (un termine che a dire il vero mi piace poco), pensiamo con un velo di cinismo dettato forse dall’autodifesa, “ah ecco, ne hanno uccisa un’altra”.
Ma nel delitto di Lecce si va ben oltre il quotidiano orrore. Perché qui si parla di due ragazzini, appena adolescenti, fino a ieri bambini. Due ragazzi che avrebbero dovuto pensare a studiare, uscire con gli amici, fare sport, sognare un futuro. La morte di Noemi è una sconfitta per ognuno di noi, per la società tutta. E forse dovremmo chiederci se possiamo esserne in qualche modo responsabili.
Quella di cui facciamo parte, e che contribuiamo attivamente o passivamente ad essere per come è, è una società tendenzialmente violenta e irrispettosa del prossimo e delle regole. Una società nella quale troppo spesso gli arroganti ed i prepotenti hanno la meglio, a discapito di chi invece non sa o non può difendersi e rimane ai margini. Una società nella quale delicatezza, rispetto e buona educazione vengono scambiati per dabbenaggine e debolezza. In questa ottica la donna può essere facilmente essere vista come più fragile, più indifesa, almeno da un punto di vista fisico ed essere quindi presa di mira come un oggetto inanimato da possedere e sul quale sfogare le proprie frustrazioni. E l’abitudine alle piccole e grandi violenze quotidiane può favorire in qualche modo l’aumento esponenziale di delitti efferati ed atroci. Una miscela pericolosa già di per se, ma resa mortale se unita al cattivo funzionamento di molte istituzioni dovute alle lungaggini burocratiche, alla mancanza di fondi, talvolta alla cattiva volontà o all’incapacità dei singoli, e certamente alla grande, eccessiva mole di segnalazioni, richieste e denunce che le istituzioni preposte sono chiamate a gestire. Tribunali e servizi sociali in primis.
Viviamo un nuovo Medio Evo e assistiamo ad una continua strage degli innocenti facendo finta di nulla, ma ci indigniamo di fronte alla lapidazione prevista dalla Sharia per le donne islamiche in caso di infedeltà coniugale. Cosa ci differenzia da loro? Che le nostre donne, i nostri “anelli deboli” del sistema non vengono esclusivamente lapidate ma fatte fuori in tanti e diversi modi , ma sempre atroci?
Come fermare questo processo omicida e suicida al tempo stesso?
Imparando ed insegnando il rispetto per l’altro, da un lato. Ma anche punendo in maniera severa i violenti ed i prevaricatori. Chi uccide o rovina a vita una persona, a maggior ragione una donna o un soggetto comunque debole, non può cavarsela con cinque o dieci anni di carcere. Chi uccide in circostanze simili (non parliamo di casi diversi come ad esempio la difesa, sempre a mio avviso legittima) deve essere condannato all’ergastolo. A vita. Senza sconti, abbuoni, premi, baci accademici. La riabilitazione (per chi desidera riabilitarsi) deve essere interiore e all’interno del carcere. Lavorando però, sia per non pesare sulla collettività ma anche perché il lavoro si sa, nobilita l’uomo. Leggi chiare, pene certe e non “ballerine”, tempi più snelli per la giustizia, sia civile che penale. Dotando al tempo stesso le scuole di ogni ordine e grado, di figure professionali che siano in grado di monitorare il disagio e le difficoltà dei minori ed intervenire, unitamente o disgiuntamente dalle famiglie nei casi più gravi, qualora le famiglie stesse non sappiano o non vogliano agire direttamente.
Ho buoni motivi di credere che in questo modo la mattanza diminuirebbe significativamente. In attesa di quel giorno pieno di sole in cui potremo lasciarci finalmente alle spalle il buio e la pesantezza di questo nostro Medio Evo e svegliarci in un mondo nuovo, rispettoso e civile.

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