Violenze sui bambini, orrore senza fine

30 Aprile 2016

Oggi andiamo all’inferno. Un viaggio di andata e ritorno in un mondo parallelo, nascosto ma non per questo meno concreto, reale.

Parco Verde di Caivano, estrema periferia di Napoli . 28 Aprile 2013. Antonio Giglio, un bimbetto di tre anni vola giù da uno di quei palazzoni che solo a guardarli trasudano miseria e degrado. Un volo di decine di metri, fatale. Si pensa ad un incidente, una disattenzione dei genitori. Una tragica fatalità. Antonio indossa solo una scarpina, la sinistra. Introvabile l’altra.

24 Giugno 2014. Appena un anno dopo la morte di Antonio. Sempre a Caivano, sempre dallo stesso maledetto palazzone, e sempre dopo un volo di decine di metri, stavolta ad agonizzare sull’asfalto è la piccola Fortuna Loffredo. Un nome che adesso suona come una beffa e una massa di capelli biondi ad incorniciare gli occhioni nocciola. La bimba viene soccorsa da un vicino che la trasporta in ospedale senza neppure aspettare l’arrivo della mamma, che avvisata dell’accaduto, si stava precipitando dalle scale per arrivare in cortile. E come per Antonio, anche la scarpa destra di Fortuna manca all’appello.

Gli inquienti capiscono subito che difficilmente poteva trattarsi di due incidenti. Troppe le sinistre similitudini. Anche la mamma di Fortuna dice che i responsabili andavano cercati in quel palazzone. Chi aveva visto e taciuto e chi aveva materialmente scaraventato la sua bambina dall’ottavo piano.

Partono le indagini. Interrogatori, intercettazioni. Ventiquattro lunghissimi mesi durante i quali gli inquirenti si sono trovati di fronte ad un muro di gomma. Non vedo, non sento e non parlo. Silenzio. Omertà. Sulla pelle di due creature probabilmente morte ammazzate.Sulla pelle di chi forse subirà la stessa fine.

Ma gli investigatori non mollano. Nel frattempo dei bambini vengono allontanati dalle loro famiglie per sospetti abusi e maltrattamenti. Affidati ai servizi sociali e seguiti da psicologi e psicoterapeuti.

Tra di essi Francesca (nome di fantasia), amichetta del cuore di Fortuna e sorella di Antonio. Appena messa in condizione di parlare Francesca trova il coraggio di raccontare tutto. Nonostante sappia bene che le sue parole le porteranno via per sempre la mamma, l’unico esempio di madre che abbia mai avuto. Quello che per lei ha sempre rappresentato la normalità. Racconta delle violenze sessuali subite dal compagno della mamma. E racconta di Fortuna, che lei chiamava “Chicca”.

Chicca era andata a casa sua per giocare, e lei (all’epoca nove anni) stava lavando il pavimento. “Aspetta che finisco di pulire e poi andiamo a giocare” le aveva detto. Allora Fortuna aveva deciso nel frattempo di fare un salto a casa sua, al piano di sotto, per cambiare le scarpe, che le facevano male. Seguita subito dopo da Raimondo. Poco dopo le grida. Raimondo che abusava di Fortuna e lei che cercava di difendersi a calci. Francesca (nome di fantasia) ha visto tutto, prima di essere trascinata a casa dalla mamma, anch’essa presente alla scena. Poi ancora grida, e il volo mortale. Lo stesso volo che il suo fratellino aveva fatto un anno prima.

Venerdì scorso Raimondo Caputo, 43 anni è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Chicca, così chiamavano Fortuna i suoi amichetti. Caputo era già in carcere dallo scorso novembre per violenza sessuale sull’altra sorellina di Antonio e Francesca. Anche la mamma di Antonio e Francesca era già stata arrestata, ai domiciliari però, per aver permesso al compagno di abusare dei suoi bambini.

Fin qui il viaggio di andata. Cala il sipario su Fortuna e Antonio, che riposano al cimitero. Pochi e infami gli anni vissuti. Cala il sipario sui bambini che continueranno a subire abusi e violenze tra l’indifferenza di adulti che non è possibile definire umani.

E quello di ritorno?

Con un pò di fortuna, e ammesso che nel giro di pedofilia di Caivano non sia implicato qualcuno che conta, gli assassini di Fortuna e Antonio sconteranno qualche anno di carcere. Chi ha visto e taciuto, resterà impunito a casetta propria, mentre meriterebbe di finire in galera, colpevole tanto quanto l’esecutore materiale.

Matteo Salvini ha invocato la castrazione chimica ed i lavori forzati a vita. Ma la castrazione chimica serve a ben poco, perchè la pedofilia è nella testa. E l’ergastolo in Italia lo scontano davvero in pochi.

E allora mi chiedo: se in Italia è possibile abbattere un animale che sia socialmente pericoloso (e lungi da me l’idea di voler anche solo lontanamente paragonare un animale feroce ad un pedofilo, perchè sarebbe un’ offesa per l’animale), perchè non prevedere l’eliminazione fisica di questa categoria di sub-umani, i pedofili appunto? Il pedofilo non si redime, ma reitera, è un predatore insaziabile, si nutre delle proprie prede, del sangue delle creature di cui abusa e deve continuare ad abusare per sopravvivere. Esattamente come il tossicodipendente si serve degli “spacciatori” di fiducia e di quelli occasionali, esseri che trattano i bambini esattamente come una merce, e che hanno tutto l’interesse a proteggere il cliente a volte anche molto facoltoso e potente. Senza una rete di omertà e connivenza il pedofilo avrebbe certamente vita breve. Ma abbiamo imparato che purtroppo così non è. E allora dobbiamo chiederci se la vita di Fortuna, quella di Antonio e dei bimbi che verranno dopo di loro valga meno di quella dei loro assassini.

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Il silenzio che uccide

Roma, 3 dicembre 2014

Il caso del piccolo Loris, ammazzato brutalmente a otto anni, spezza il cuore. Ed in questa storia sinora sono tanti, troppi, gli aspetti che spezzano il cuore così come gli aspetti da chiarire. La morte di una creatura che abbiamo imparato a conoscere grazie a una foto che lo ritrae in tutta la sua fragilità di cucciolo in una palestra, presumibilmente prima o dopo una lezione di arti marziali. Una morte violenta, crudele, irriguardosa. Irriguardoso il luogo ed il modo in cui è stato abbandonato il corpo. Buttato via come uno straccio vecchio, un gioco rotto che non interessa più, così, in fondo a quel canalone senza neppure un briciolo di pietà nel cercare di coprirlo, quel corpo piccolo, fragile.

Spezza il cuore pur non sapendolo ancora con certezza, anche solo immaginare quello che possa essergli successo prima di morire. E fa trattenere il respiro sapere che gli inquirenti avrebbero trovato un filmato che smentirebbe le dichiarazioni della mamma, che aveva detto di avere accompagnato a scuola i suoi due figli, Loris ed il fratellino minore, quel maledetto sabato mattina. Da quel filmato infatti risulterebbe che la mamma sarebbe salita in auto solo con il bimbo più piccolo, mentre Loris sarebbe stato ripreso mentre si allontanava dall’auto, dirigendosi verso casa, prima di sparire nel nulla per poi essere ritrovato come è stato ritrovato quel pomeriggio stesso.

Credo che la speranza comune è che ci sia una spiegazione plausibile a quella che allo stato è una discrepanza grave ed inquietante, e che la mamma non abbia mentito su alcun aspetto di questa vicenda. Come pure che l’assassino venga individuato, processato e condannato all’ergastolo (anche se in Italia tra sconti, abbuoni e buffetti, di fine pena “mai” veri, ne dobbiamo ancora vedere uno). Che  non riesca in alcuna maniera a farla franca oppure a cavarsela con poco, grazie all’ennesimo vizio di forma, al mega perito o a qualche mago del foro ben inserito, destinato a vincere tutte le cause patrocinate, a prescindere dall’innocenza o dalla colpevolezza dei propri assistiti.

E poi la speranza più grande. Quella che i possibili testimoni collaborino. Feriscono le dichiarazioni del  procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia che si è dichiarato stupito per la totale mancanza di collaborazione da parte della popolazione di Santa Croce Camerina. Nessuna segnalazione infatti è giunta nè in Procura nè direttamente agli inquirenti. Chi tace non solo si rende complice ma è direttamente responsabile del declino del nostro Paese e degli orrori che quotidianamente accadono da nord a sud, isole comprese, uno dei pochi aspetti che rende l’Italia veramente unita. La Mafia, tutte le mafie, sono rese forti, se non invincibili, dalla mentalità mafiosa, più che dai mafiosi stessi. Dalla mentalità del “non vedo, non sento e non parlo”, e del “chi si fa gli affari propri campa cent’anni di più”. E se un giorno toccasse a loro, aver bisogno disperatamente della testimonianza di chi ha visto e sa? Se fosse un loro figlio, nipote, moglie o marito ad avere bisogno di aiuto?

L’omertà, a prescindere dalle considerazioni morali e quindi personali, è un atteggiamento suicida, miope e folle. Nessuno è al riparo da nulla se non vi è collaborazione e solidarietà. Nessuno è esente, nessuno al sicuro. Proprio come non lo è stato Loris.