Ospedali e brandelli di umanità e dignità

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Ho trascorso per motivi personali gli ultimi quindici giorni della mia vita in un grande ospedale romano, il San Camillo. E’ stata una esperienza forte, di quelle che ti fanno riflettere e probabilmente ti cambiano dentro. La prima riflessione, appena giunti al pronto soccorso, è stata che anni di mala politica e magna magna ci hanno ridotti ad essere un popolo di accattoni. Persone ammassate al pronto soccorso, le più fortunate sistemate su barelle e lettighe, altri su poltrone e sedie a rotelle. Alcuni gravi, altri meno. In un marasma totale, nel quale anche trovare un bagno per espletare le normali funzioni fisiologiche diventava un problema. Uomini e donne, anziani e adulti, le barelle lungo i corridoi, accanto alle porte. Ovunque. Medici e infermieri che lavoravano quasi tutti senza sosta, alcuni più cordiali, qualcuno (pochi per fortuna) sgraziati ed arcigni. Nel mezzo, l’arte dell’arrangiarsi e del sopravvivere, per far cambiare una flebo finita o avere informazioni sul proprio caro. Dignità personale ridotta a zero. Con mio grande stupore, ho visto che sul far della sera, il pronto soccorso ed i corridoi si sono riempiti di senzatetto, di svariate nazionalità.  Perlopiù anziani, malandati e ovviamente trasandati, tra colpi di tosse e quant’altro emettevano suoni tutt’altro che rassicuranti, e certamente inaccettabili per un luogo dove ci sono persone malate, con difese immunitarie basse, e per le quali un germe o un virus potrebbero risultare fatali. Mi sono chiesta come sia possibile che gli agenti della sicurezza lasciassero passare questa varia umanità. Se sia una scelta individuale o abbiano ricevuto disposizioni in merito. Ed è una questione che approfondirò.

Ho provato una grande rabbia, anche considerando che Roma dispone di innumerevoli posti letto e dormitori, che quasi sempre restano deserti poiché in queste strutture esistono regole e orari che i senzatetto non vogliono rispettare.

Un popolo di accattoni dicevo, sì,  ma anche in qualche misura complici. Perché ancora troppi di noi si muovono secondo le logiche del “mi manda Picone”, cercando di salvaguardare il proprio orticello, anziché lottare uniti per ottenere dei diritti da condividere. Forse perché a quel punto ci sarebbero anche dei doveri da rispettare. Forse perché purtroppo non siamo mai diventati un popolo, ma tristemente un insieme di persone che coabitano in un territorio.

Poi, come già ho avuto modo di appurare in passato, giunti al reparto, un altro pianeta. Dal purgatorio del pronto soccorso al paradiso. Se di paradiso si potesse parlare in una condizione del genere. Medicina d’Urgenza e Sub Intensiva. Un reparto efficientissimo ma soprattutto, la certezza di trovarsi nel posto giusto, un posto nel quale percepisci che viene fatto tutto il possibile. Oltre il possibile. Analisi, consulti, terapie farmacologiche messe a punto e monitorate giorno per giorno, ora per ora. Con la capacità oltretutto di ovviare a carenza (sempre grazie al magna magna di quei parassiti che dovremmo cacciare forconi alla mano) di un dato medicinale oppure di un reagente per il laboratorio di analisi. Il genio italiano, la grande professionalità, l’intuito, il cuore. Uniti ad una grande sensibilità e disponibilità nei confronti dei parenti, di chi aspettava notizie in apnea, tra paura e speranza, la vita come sospesa, interrotta.

Non ringrazierò mai abbastanza i medici tutti ed il personale infermieristico. E quando l’ho fatto mi sono sentita rispondere, con un pò di imbarazzo di fronte alla mia gratitudine, che non dovevo, che è il loro lavoro. Credo invece che sia giusto esprimere la propria gratitudine di fronte a persone che lavorano con passione, cuore, professionalità, tigna. Con la voglia di riportare i propri pazienti alla vita, e non darla vinta alla malattia. A chi ha sempre un sorriso ed una battuta di spirito per chi sta male. A chi non dimentica che, oltre il numero della stanza, e del posto letto, c’è una persona. E oltre quella persona ci sono i parenti. Figli, madri, fratelli, mogli o mariti che attendono, sospesi anche loro.

L’ultima riflessione poi, senza retorica, è su quanto, troppo spesso diamo per scontato quello che scontato non è affatto. La salute innanzitutto. Siamo tutti (o quasi….) costretti a correre ed a produrre per sopravvivere alla guerra economica dei nostri tempi. Ma la salute non è un diritto acquisito. E all’improvviso potrebbe venir meno. E allora il lavoro, il guadagno, la sopravvivenza, le battaglie vinte, quelle perse e quelle ancora da combattere non hanno più senso. Nulla ha più senso.

Cerchiamo di amarci un pò di più, e riguardarci un pò di più, per quanto possibile.

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Uniti possiamo, da soli moriamo.

Romeo, Annamaria e il fratello

In Italia si continua a morire, ma neanche la morte sembra fare più notizia. Troppe forse le persone che quotidianamente scelgono di andarsene via. Lontano dalla solitudine, dai problemi economici, dalla mancanza di speranza e di futuro, dalla paura. Da un mondo che troppo spesso ruba anche la dignità. Da una gestione politico-economica del Paese scellerata, volta all’interesse di pochi, seguendo una logica del profitto del mordi e fuggi a tutto vantaggio di una minoranza di individui.

Mentre ancora non si riesce a formare il governo, piuttosto che pensare a gestire l’emergenza di un Paese in ginocchio, i tre principali partiti italiani continuano a battibeccare. Ognuno fermo sulle proprie posizioni. In un braccio di ferro incentrato sull’esercizio del potere. Ha ragione Matteo Renzi nel dire che la chiesa cattolica ha mostrato una vitalità ed una capacità di dare risposte infinitamente maggiori di quelle che sta dimostrando la nostra classe politica.

Venerdì scorso, sono stati Romeo ed Annamaria ad andarsene. Insieme. Ancora una volta insieme. Nella morte come nella vita. L’hanno fatto in una maniera violenta. Impiccandosi in uno stanzino del palazzo in cui abitavano, a Civitanova Marche. Romeo Dionisi ed Annamaria Sopranzi. 62 anni lui, 68 lei. Romeo era disoccupato, e i due vivevano, o tentavano di vivere, con la modesta pensione di lei, 400 euro. Sembra che non avessero neanche più il danaro sufficiente a pagare l’affitto del loro appartamento di via Calatafimi. Prima di uccidersi hanno lasciato un biglietto nel garage del palazzo, accanto ad un’auto in modo da essere visto, in cui chiedevano perdono ai loro familiari e indicavano il luogo in cui trovare i loro corpi. Immagino la paura negli attimi precedenti al gesto. Immagino la disperazione e la stanchezza infinita, che li ha portati a gettare le armi e scegliere la morte. Chissà come si saranno salutati per l’ultima volta…..

Il fratello di Annamaria, appresa la notizia del suicidio della coppia si è a sua volta ucciso, gettandosi in mare.

Marito e moglie abitavano nello stesso stabile del Presidente del Consiglio Comunale di Civitanova Marche, Ivo Costamagna, che recentemente aveva invitato i due ad andare in Comune a parlare con i servizi sociali, per chiedere aiuto. Ma Romeo ed Annamaria non lo hanno fatto. Sembra perché si vergognassero.  Romeo aveva perso il lavoro che aveva in una ditta edile. Pare stesse ancora aspettando degli arretrati che però non arrivavano. Non credo sia facile a sessant’anni, dopo una vita di lavoro, andare a chiedere l’obolo a chicchessia. Come non credo sia facile mettersi in fila alle otto di mattina, fuori dalla mensa della carità di una scuola cattolica a Roma, a quasi ottant’anni, dignitosi in un cappottino liso, ma seduti sul marciapiede perché si sa che il pasto non verrà servito prima di mezzogiorno, e le gambe fanno male.

Credo però con altrettanta forza che bisogna trovare il coraggio di chiederlo, quell’aiuto. Di non vergognarsi, semplicemente perché non c’è nulla di cui vergognarsi. Non è una colpa. E’ un sopruso. Il risultato di anni di abusi e soprusi. Occorre capire che non si è gli unici in difficoltà. Che non si tratta di un fallimento personale, ma del fallimento di un sistema. Malsano, malato, iniquo. Ma soprattutto che non è vero che la morte sia l’unica soluzione possibile. La vita lo è. L’amore lo è. Come l’amore che legava Romeo ed Annamaria. Insieme fino alla fine nella loro solitudine.

La rabbia e la speranza…..

Ci sono notizie che non vorremmo mai leggere o ascoltare. Notizie che lasciano attoniti, stupiti, depressi, malinconici o arrabbiati, nella migliore delle ipotesi.

Come l’allarme lanciato dai medici di famiglia che denunciano che nell’ultimo anno, per problemi economici, più di 9 milioni d’italiani hanno rinunciato ad analisi cliniche e cure mediche.

Oppure quella- di tutt’altro tenore ma non meno deprimente e incredibile- di Antonio Piazza, esponente del PDL di Lecco nonché presidente dell’Aler della medesima città (Azienda lombarda per l’edilizia residenziale) che, costretto dai viglili urbani a spostare la sua auto parcheggiata in un posto per disabili, una volta allontanatisi gli agenti, si era vendicato bucando le gomme della macchina del disabile “reo” di averlo fatto multare dai vigili, e non accorgendosi che alcune telecamere presenti nella zona avevano ripreso le sue “gesta”. Costretto alle dimissioni dal suo partito ha commentato “Ho sbagliato ma c’è chi fa di peggio ed è ancora sulla poltrona”. Non c’é che dire una coerenza totale tra azioni e parole…. Certo, non è poi molto grave bucare le gomme di auto per vendetta (gesto che denota un grande coraggio!), essendo peraltro in torto e oltretutto quando il proprietario dell’auto è un disabile che probabilmente non ha altro modo per spostarsi se non la sua automobile….Ma poi per fortuna se leggi un po’ più giù…sì, sì, oltre le dichiarazioni della ex fidanzata di Franco Fiorito che dice di non aver mai saputo di essere stata assunta dal gruppo PDL alla Regione Lazio e che i bonifici ricevuti sul suo conto personale fossero legati a quell’assunzione “carbonara”, no ecco, ancora un po’ più giù, ecco! Finalmente una notizia che ci restituisce un po’ di emozione positiva e dignità! Un imprenditore scopre di essere ammalato, riflette, reagisce alla malattia e decide di comprare uno spazio sul Corriere della Sera dove annuncia di voler creare in un anno nella sua azienda 50 nuovi posti di lavoro. Angelo Corigliano, così si chiama l’imprenditore sessantunenne che si descrive come :”un imprenditore italiano che ha creato una piccola multinazionale di servizi ed è soddisfatto per quanto ha fatto nella vita:” e prosegue:”desidero che la mia azienda non si fermi per me, ma che cambi nel tempo, si adegui alle difficoltà, cavalchi le opportunità con le competenze e le risorse umane che servono. Infinita sarà la mia soddisfazione di avere dato un piccolo contributo al rilancio del nostro Paese”.

Notizie come questa sono la risposta migliore a chi dice che il nostro è un Paese senza speranza, senza futuro e senza dignità. Ma soprattutto, a chi dice che la nostra realtà che non si possa cambiare…..

Ma siamo davvero senza speranza?

In che senso? Si chiederà qualcuno.

A volte mi chiedo se riusciremo ad avere ancora la possibilità di sognare e sperare.

Progettare e costruire.

Tornare a casa la sera dopo una giornata fatta di lavoro, traffico, qualche intoppo e quattro risate e, posando la testa sul cuscino, sentirci in fondo sereni, appagati ma soprattutto sicuri di essere sulla strada giusta.

Credo che la maggiore crudeltà ed ingiustizia a cui sono stati sottoposti  non solo gli “attualmente” giovani ma anche le generazioni degli oggi quaranta/cinquantenni è proprio quella di aver tolto loro totalmente o quasi la possibilità di sognare e di costruire.

Questo senso di opprimente precarietà.

Di timore per il futuro dei propri figli.

Di timore di non poter costruire nulla per loro.

Come invece hanno potuto ancora fare per  noi i nostri genitori (o almeno la maggior parte di loro).

Mentre il Procuratore Generale della Corte dei Conti, Mario Ristuccia, ci restituisce una immagine
impietosa del nostro Paese, in cui corruzione e malaffare sembrano quasi patologici, apprendo che Gino Bucchino, deputato del Partito Democratico ha indetto una conferenza stampa per denunciare un tentativo di corruzione: centocinquantamila euro e la certezza di essere rieletto per cambiare casacca e passare nel gruppo dei “Responsabili”, ma soprattutto per passare da “contrario” a “favorevole” al Governo.

Non so se questa notizia verrà confermata, ma la cosa grave è che se anche lo fosse credo che sarebbero pochi a stupirsene.

Nessuno pretende una popolazione di idealisti, rigidi, irreprensibili magari al limite dell’ascetico, la vita è piena di sfumature, e forse la magia sta proprio nel riuscire ad attraversarla vivendone appieno tutti i colori ma senza “sporcarsi” troppo.

Nessuno ha il diritto di negare il sogno, il progetto, il tragitto , il percorso.

Vuol dire negare la vita stessa, vuol dire negare la possibilità di progredire, fare il tratto di strada che ci compete per poi passare idealmente il testimone alle generazioni che verranno.

Non si può accettare di rimanere al blocco di partenza, illusione di una
competizione promessa ma mai  iniziata.

Qualcuno tenta di farci credere che la
situazione è questa è non può mutare…..

Non credo sia così.

Siamo solo vittime di un sistema che tenta di proteggersi, che tenta di proteggere chi è già
dentro spesso da molti anni, magari stanco e con una prospettiva tronca.
Dobbiamo smetterla di compiangerci ed essere protagonisti del nostro tempo

Come in Tunisia, Egitto ed ora in Libia hanno trovato il coraggio di fare. 

Ad un prezzo infinitamente più alto di quello che noi dovremmo pagare per smetteredi essere sbiadite comparse mentre a scorrere via è la nostra vita.